ANNI DI SILENZIO (1954 - 1961)

Don Zeno, ripresa la direzione di Nomadelfia, si rende subito conto che le ferite materiali, morali e spirituali dei suoi figli sono profonde e richiedono lunghe e paterni attenzioni e che Nomadelfia non può vivere, in quel momento, divisa in due gruppi, a Limbiate e in Maremma.

Decide quindi di riunire tutti i figli a Grosseto su quella tenuta Rosellana che la generosità di Nini Albertoni Pirelli aveva messo a disposizione già dal 1949 e che soltanto il mancato perfezionamento dell’atto di donazione aveva salvato dalla liquidazione di tutti i beni.

Il 15 agosto 1954 il Vescovo di Grosseto, Mons. Paolo Galeazzi, benedice la Chiesa di Nomadelfia dedicata a Maria Assunta ed i lavori del Congresso che riunisce per la prima volta i nomadelfi scampati alle lotte e alla dispersione del 1952 e che, tra adulti e figli, sono poco più di 400.

Viene decisa la costituzione dei “gruppi familiari”, formati da tre o quattro famiglie; è una conquista difficile, un passo fondamentale per assicurare la fraternità anche tra le famiglie e che si rivelerà uno dei pilastri sociali della vita di Nomadelfia.

Seguono anni di duro lavoro, di grande miseria e spesso di fame, di silenzio della stampa, di diffidenza e di incomprensione da parte di molti amici e anche di gran parte della opinione pubblica laica e d ecclesiastica.

Ma, nel silenzio, Pio XII conforta più volte con aiuti concreti la fatica dei nomadelfi mentre, nel 1957, il Santo Ufficio concede, su richiesta di don Zeno, che un padre gesuita, già superiore provinciale a Roma, assicuri l’assistenza spirituale dei nomadelfi: è padre Emanuele Porta, che sarà per tutti esemplare figura di sacerdote e fratello, condividendo totalmente i disagi e le privazioni della popolazione.

L'INCOMPRENSIONE E L'ISOLAMENTO

Lo Stato reclamò i propri “beni” cioè uno scheletro di lager che solo la felicità dei ragazzi aveva fatto tornare un “corpo” vivo, una città di fratelli, ma non una “città dei ragazzi” all’americana quale furoreggiava nei film lacrimosi di quegli anni. Ostinato, don Zeno non voleva sbaraccare.

Ma per restare bisognava ad ogni costo non coinvolgere la Chiesa. Allora l’avvocato Saltini, con angoscia ma con uguale ostinazione, chiese a Pio XII di essere “ridotto allo stato laicale”, pro gratia, finché non avesse risolto la situazione della sua perseguitata tribù.

E Pio XII concesse (caso unico nella storia contemporanea) questo eroico “pendolarismo” a uno dei preti più grintosi e fedeli della Chiesa.

 … Zingari e sbriciolati un po’ dappertutto, i “nomadelfi” trovarono finalmente, dopo tanti “esodi” in patria, una fetta di terra ideale in quel di Grosseto, in una grande fattoria abbandonata, Rosellana.

 … Fu più dura, in un certo senso, che a Carpi e a Fossoli, fu la fame. Fu soprattutto, puntualmente, l’incomprensione, l’isolamento e anche la persecuzione, sia da parte politica che cattolica. (Racconterà mai tutto, don Zeno, prima di morire, di questi anni duri, con nomi e cognomi, temo di no, non ne avrà né voglia né il tempo; “fare” è il suo perdono quotidiano).

Qualcuno prendeva i ragazzi e li rispediva ai paesi d’origine. E loro, ostinati, infallibilmente tornavano. E davanti a quell’ostinazione i generosi, gli amici, i solidali ad ogni livello arrivarono, a cominciare dal Vescovo e dal prefetto di Grosseto, preziosi in quegli anni d’avventura quotidiana.

Nazareno Fabbretti 

(BELLA, Milano, 4 novembre 1980)

NASCONO I "GRUPPI FAMILIARI"

Da un certo tempo non sentivamo parlare di don Zeno e di Nomadelfia. Recentemente ci è pervenuto un “Notiziario dei Nomadelfi” e così abbiamo appreso che il buon sacerdote continua la sua opera e che la Comunità di Nomadelfia persiste e si sviluppa…

“Siamo stati dispersi cruentemente (sette martiri) una prima volta nel ’44. Ci siamo ritrovati più numerosi di prima nel 1945, siamo stati nuovamente dispersi nel 1952. E siamo ancora qui (sulla tenuta Rosellana di Grosseto), gli stessi di prima, adesso sotto forme rivedute e senza dubbio in evoluzione.

 … “Le famiglie vivono distribuite in undici gruppi cosiddetti familiari, specie di frazioni disseminate su 350 ettari di terra. Ogni gruppo è formato da tre o quattro famiglie; organizzate in modo da salvare l’integrità fondamnetale e morale delle singole famiglie; le quali hanno in comune tutte quelle attività e quegli accorgimenti che rendono possibile l’aiuto e il sostegno reciproco”.

 … È nei propositi di don Zeno e dei Nomadelfi di “realizzare il loro sogno di vita fraterna”, cioè – dice don Zeno – di “risorgere”.

GLI ANARCHICI

(UMANITÀ NOVA, Roma, 3 luglio 1955)

IL PAPA BENEDICEVA IL BUIO DI QUELLE VOSTRE GIORNATE

Il Papa che prima di morire, nei tempi per voi più duri, vi mandava personalmente degli assegni per Nomadelfia. Erano gli anni in cui, in conseguenza della situazione difficile che lo sviluppo di Nomadelfia aveva creato e di atteggiamenti giudicati forse più per sentito dire che per conoscenza diretta di uomini e di cose, molti anche benpensanti dicevano che lei era un avventuriero, che la Chiesa giustamente vi aveva messi al bando: ma anche allora la mano del Vicario di Cristo soccorreva la vostra fame e benediceva il buio di quelle vostre giornate.

Luigi Santucci

(L’ITALIA, Milano, 21 gennaio 1962)

UN UOMO VESTITO DI GRIGIO

Un giorno parlai, in una sala di albergo, dello Spirito Santo come anima della storia. Al termine vidi venirmi incontro un uomo attempato, vestito in grigio, timido e luminoso.

Mi strinse la mano, con le lacrime agli occhi. “È don Zeno”, mi disse un amico, all’orecchio.

Allora lo abbracciai.

Ernesto Balducci

(IL GIORNALE DEL MATTINO, Firenze, 14 gennaio 1962)

QUANDO, DON ZENO?

Io ricordo (forse anche lei) una sera di questi anni che la incontrai nella Basilica di S. Carlo a Milano, mescolato ai fedeli delle ultime file. Lei guardava il prete sull’altare con un sorriso che non mi sembrò nostalgia, ma come una malinconica e insieme beata speranza.

Non leggeva il messalino; quasi – rammento – non faceva i gesti liturgici di un cattolico provveduto.

Mi avvicinai e le dissi all’orecchio: “Quando, don Zeno?…”; e lei seguitò a guardare il celebrante senza rispondermi, le braccia conserte, avidamente, come credo che i carcerati guardino la propria città quando vi passano per qualche straordinaria trasferta.  

Luigi Santucci

(L’ITALIA, Milano 21 gennaio 1962)