LA SECONDA "PRIMA MESSA" (1962)

Nel 1961 don Zeno ritiene esaurita la sua missione come laico e chiede alla Santa Sede di riprendere l’esercizio del sacerdozio.

Nomadelfia ha chiarito la sua natura di libera popolazione civile e ha dato inizio ai lavori per la nuova costituzione, che sarà approvata il 16 novembre 1961.

Giovanni XXIII incarica il Santo Ufficio e, per quanto di sua competenza, la Congregazione del Clero (allora chiamata “del Concilio”) di esaminare tutti gli aspetti morali, spirituali e giuridici del caso; è delegato in modo particolare il sottosegretario della Congregazione Monsignor Ercole Crovella, notoriamente vecchio e prezioso amico di don Zeno e dei nomadelfi.

Nomadelfia viene riconosciuta come popolo civile di volontari cattolici e si decide di erigerla in parrocchia nominando don Zeno parroco dei suoi figli; il 5 gennaio 1962 il Santo Ufficio comunica al Vescovo di Grosseto di predisporrei relativi provvedimenti ecclesiastici e civili.

Il 6 gennaio, XXXI anniversario della prima Messa (6 gennaio 1931), don Zeno risale nuovamente l’altare nella chiesa di Santa Pressede in Roma mentre la secondo “Prima Messa” solenne sarà celebrata a Nomadelfia il 22 gennaio 1962 tra i figli e gli amici accorsi da tutta Italia, presenti il Vescovo di Grosseto Mons. Paolo Galeazzi e nume rose autorità civili e religiose.

Nomadelfia entra così, limpida e precisa, nelle strutture fondamentali della Chiesa come parrocchia comunitaria e nelle arterie dell’umanità come libero popolo che propone a tutti i popoli una nuova civiltà fondata sul Vangelo.

don zeno nomadelfia
UNA IDEA VITTORIOSA

La stampa italiana già ha dato, in questi giorni, e con un certo rilievo, la notizia che il 22 gennaio prossimo don Zeno tornerà a Nomadelfia per celebrare nella chiesetta prefabbricata della comunità, la sua “seconda prima Messa”.

È una notizia che rischia di apparire soltanto pittoresca e patetica, il segno della vittoria di un uomo paziente e fedele, il trionfo di una pazienza, appunto, che raggiunge dopo circa un decennio il suo premio anche esterno.

Si tratta di tutto questo, senza dubbio; ma anche di qualcosa di più. Si tratta specialmente della vittoria di un’idea che non poteva e non doveva morire.

L’idea di Nomadelfia è stata, da quindici anni a questa parte, in Italia, l’idea più “rivoluzionaria” che sia stata avanzata sul terreno religioso-comunitario.

 … La mattina del 22 gennaio prossimo, questo prete singolare ringrazierà Dio di una vittoria incredibile: quella di un’idea combattuta e calunniata, eppure vittoriosa nel silenzio e nel sacrificio.

 … Nomadelfia dunque ha vinto.

Nomadelfia significa, anche se non è perfetta, anche se per tanto tempo non lo sarà, che credere alla perfezione è necessario, per i cristiani, e che cercare di raggiungerla è giusto, e che maturarla per coloro che verranno è l’unico eroismo che può ancora sedurci.

Nazareno Fabbretti

(IL POPOLO, Milano, 10 gennaio 1962)

1962 - storia nomadelfia
PARROCCHIA COMUNITARIA

Finché, allo scadere del settimo anno del suo stato laico, don Zeno chiede al Papa di poter riprendere la sua missione di sacerdote. E il Papa incarica gli organi competenti, cioè la Congregazione del Concilio, di dargli una risposta.

Esaminati gli aspetti spirituali, morali, giuridici e sociali della comunità di Nomadelfia, come popolazione costituitasi in una associazione civile, a cui spetta una costituzione civile, la Congregazione risponde affermativamente, proponendo a don Zeno la cura d’anime della comunità.

Nella nuova costituzione vengono codificati i suoi trent’anni di vita e il suo modo di essere nella Chiesa e nella società…

“E adesso (dice don Zeno) io sono parroco di una parrocchia diversa da tutte le altre, perché la prima comunitaria che c’è nella Chiesa”.

Camilla Cederna

(L’ESPRESSO, Roma, 21 gennaio 1962)

PERCHÉ HA CREDUTO NELL'AMORE.

Egli vive nella Chiesa con una sicurezza atavica; tra le rose e i cespugli pettinati, egli è, nel campo di Dio, un olivo centenario, col tronco accovacciato sulle radici e coi rami abbandonati al vento.

Non credo lo abbia mai toccato il pensiero di mettere in alternativa e la fedeltà alla Chiesa.

Della Chiesa non ha un concetto complesso ed elaborato: semplicemente le vuole bene…

Per questo egli si può permettere… Di amare la Chiesa in maniera brusca, con una cordialità rustica ignota ai nostri cuori raffinati. E la Chiesa (non tutti lo sanno) l’ha ricambiato allo stesso modo; non ha usato con lui nessun complimento ma poi ha maternamente allargato le maglie del diritto canonico per far posto a questo figlio d’eccezione.

Ella ha sempre riconosciuto in lui la pericolosa genialità dell’amore.

 …

Ebbene, quel che la natura non provvede, può provvederlo l’invenzione dell’amore: una vera e propria famiglia, una vera e propria società di famiglie le cui leggi siano fondate non sui fatti che precedono la libertà, ma sulla libertà che precede i fatti e li crea.

Non è una sfida alla natura? Forse. Certo è una sfida alla società, che non consente, al suo interno, corpi estranei, leggi dissimili dalle sue. Ecco il dramma: un’idea, bella e fragile come un cristallo, entro gli ingranaggi metallici di una società forte e bruta.

Anche la Chiesa è una società, l’unica in cui don Zeno creda sul serio, ed ha anch’essa il suo Diritto.

Ma il Diritto della Chiesa, anche quando non sembra, è nato dall’amore e tende all’amore: ecco perché don Zeno è rimasto sicuro che, prima o poi, ci sarebbe stato posto, per lui, e per la sua idea, all’interno delle leggi che regolano la vita storica della Chiesa.

Ora egli è parroco, canonicamente eletto, della sua comunità.

 … Ora che la sua paternità sacerdotale è reintegrata in tutti i suoi esercizi egli non ha dinanzi a sé che una battaglia.

Io non sono sicuro che egli la vinca, ma sono sicuro ch’egli ha ragione anche se perde, perché ha creduto nell’amore.

Ernesto Balducci

(GIORNALE DEL MATTINO, Firenze, 14 gennaio 1962)

CON GIOIA DI TUTTA LA CHIESA

Caro don Zeno,

prosit per la sua Messa di oggi. La chiamano con una formula che fa buon titolo per i giornali, la sua “seconda prima Messa”.

Io preferisco non sottolineare questo intervallo da cui, come è logico, piace al pubblico di vederla sbarcare; e pensare invece alla sua ascesa di stamattina all’altare come una Messa che torna ad essere vocale visibile dopo le mille mille mute che lei – ne sono certo – ha seguitato a celebrare quotidianamente in questi otto anni, nella mezzora più calma che trovava lungo la giornata, dentro il suo maglio grigio, tra i sugheri della Maremma.

 … La preghiera-filastrocca comparsa in un suo articolo: quella che la mamma le cantava tutte le sere in dialetto emiliano: “A letto a letto me ne andai – sette santi vi trovai: – sette al capo e sette ai piedi – tutti i santi son miei fratelli”.

Ha fatto bene a pubblicare quella cantilena, che non è solo un vecchio patetico ricordo, ma che oggi – al traguardo della sua fatica – a me sembra rinchiudere la mistica e paesana saggezza, la penombra di favola che ha accompagnato la vostra impresa, spesso così burrascosa e in apparenza spericolata.

A questo coricarsi fidando nella fraternità dei santi casalinghi intorno al letto, a questa gran poesia della prima infanzia vanno ancora ricondotte, per spiegarle, quella vocazione, quella luce di “lieto fine” di cui dicevo prima, e che con gioia di tutta la Chiesa splende in questi giorni su Nomadelfia.

Ma forse per lei, don Zeno, quando spegne il lume, i sette santi non hanno più il viso anonimo e giocondo della filastrocca: hanno assunto, da quel sanguinoso giorno di guerra, il volto dei sette ragazzi che le uccisero.

“Dopo la strage così inumana di quei figli, io sono un superstite”… Leggo tra le sue parole di questi giorni.

 … Noi le vogliamo bene per questa sua pena inguaribile, don Zeno, anche più che per la sua meravigliosa vittoria di oggi.

Ma si conforti: stasera, coricandosi dopo la sua “seconda prima Messa”, li vedrà sorridere a capo e ai piedi del letto…

Luigi Santucci

(L’ITALIA, Milano, 21 gennaio 1962)

IL CANTO DELLA LIBERTÀ

In questo numero unico ora pubblicato (Nomadelfia è una proposta) continuo è il richiamo a Dio (“Tutto il creato ci parla di Dio, in tutte le cose c’è l’impronta di Dio… Centro della Rivelazione è Cristo… In Cristo troviamo la perfezione… La Chiesa è Cristo in terra”); ma mi colpisce una specie di canto: ci siamo liberati del vuoto dell’incertezza perché abbiamo la Chiesa come maestra infallibile,

liberati dall’egoismo perché viviamo insieme solidalmente,

liberati dalla solitudine facendoci fratelli,

liberati dall’avidità del denaro,

liberati dal dare un prezzo materiale al lavoro,

liberati dall’angoscia di essere corresponsabili di certi delitti sociali e politici, perché ridiamo una famiglia ai figli abbandonati e cerchiamo di redimere i caduti.

Nella civiltà del benessere può anche apparire una transfuga, e mi dicono che in certi paesi sia considerato tale, chi non aspira al maggior grado possibile di ricchezza; nella concezione individualistica ciascuno deve guardare a sé, e sarà una misteriosa armonia economica che dagli sforzi egoistici farà scaturire il vantaggio collettivo.

Può essere saggio nei capi di religione non chiedere agli uomini più di quel che possono dare, non domandare all’egoismo dei singoli rinunce superiori alle loro forze.

Ma è certo che nella predicazione di Cristo non c’è accenno a civiltà di benessere, né ad armonie economiche, e neppure all’ideale del cristiano mediocre, la famiglia cellula chiusa, tutti i sacrifici dei genitori solo per i figli generati dalla loro carne.

Queste famiglie dell’amore, ove il figlio della carne ed il piccolo abbandonato accolto sono amati del pari, rappresentano uno dei tanti superamenti della natura di cui il cristianesimo abbonda.

Tra tanto cristianesimo educolcorato, smussato, ridotto alla misura dell’uomo medio, pare qui scorgere un’oasi di cristianesimo integrale; con tutto ciò, va da sé, che ha di arrischiato, di pericoloso, di scandaloso anche, per l’uomo della civiltà del benessere.

Arturo Carlo Jemolo

(LA STAMPA, Torino, 8 dicembre 1965)

L'USIGNOLO DI NOMADELFIA

Sulla tavola dove avevamo finito di pranzare portarono la pietra consacrata, una tovaglia candida, un crocefisso, due calici, il messale sul leggio, due scodelle che facevano da candelieri e i paramenti per don Zeno. Erano le nove e mezzo di sera.

 …

Ed ecco infatti don Zeno che fa la spiegazione del Vangelo. Le tre famiglie del progetto (uno dei gruppi familiari), ventotto persone tra grandi e piccoli, stanno sedute intorno.

Anche lui si è seduto. A un certo punto la spiegazione del Vangelo diventa un dialogo fra don Zeno e i bambini.

Lui cerca di fargli capire come Cristo intendeva la giustizia.

E intanto mi accorgo di un curioso fenomeno: nelle brevi pause di silenzio, tra una frase e l’altra, entra da fuori, benché sia notte fonda, il canto vivacissimo di un uccello.

“Ascolta mò qui, Luigino. Mettiamo che arrivi dalla carne. È giusto dare a ciascuno la stessa identica porzione di carne?”. Luigino lo fissa perplesso, avrà al massimo dodici anni. “È giusto o non è giusto? (Silenzio)… No, non è giusto. Perché c’è uno grande e grosso che ha bisogno di mangiare tanto, e c’è quell’altro malato di stomaco che non può mandar giù che due o tre bocconi. Quello che è giusto è dare a ciascuno secondo le sue esigenze”.

 …

Strano. Non ho mai sentito un uccello cantare così. È come un sottofondo esterno al rito della Messa. Gorgheggi meravigliosi che si succedono senza pausa con varietà incredibili di motivi. Uccelli capaci di tanto non esistono. Deve esserci un trucco, non so, un disco o un nastro registrato.

“… Mi hanno telefonato da Albano che ci sono tre bambine abbandonate. Tu le prenderesti?”.

La biondina con occhiali si stringe nelle spalle. Sussurra timida: “Io sì”.

“Capite? Gli hanno chiuso le labbra, a quelle tre bambine, non possono più pronunciare la parola mamma. Hai capito, Concetta, come l’è?”.

Silenzio. E sempre quell’inverosimile gorgheggio notturno.

Interviene Zaira, sui trentacinque anni, magra, una delle “mamme” più intelligenti e intrepide.

 … “Senti, don Zeno – dice – guarda che ce ne sono altri due, l’ho saputo oggi, orfani di padre e di madre. E vivono con una zia che conduce una brutta vita. Se ne prendiamo tre, ne possiamo prendere anche cinque, vero?”.

Don Zeno sorride: “Avete sentito che cosa ha detto la Zaira? Allora siete tutti d’accordo?… A proposito è passata l’ora?” (Per via del prescritto digiuno).

“È passata, sì”.

“Allora preghiamo anche per quei poveri bambini”. Si è alzato in piedi. Si è rimesso gli occhiali da presbite. Riprende la lettura del messale. La farfalletta si è staccata dal paralume di vetro e svolazza qua e là. La voce dell’armonium copre i trilli del misterioso cantore.

Come don Zeno ebbe preso tra le mani il calice, vari alzarono le mani. Poi ad uno ad uno si sono avvicinati, al di là della tavola, per ricevere l’ostia consacrata. Bambini, ragazzi, padri e madri. Gli altri hanno intonato “Osanna in excelsis”.

Alla fine i piccoli sono scappati a dormire. I grandi restano ancora a discorrere. Poi c’è la frutta, la torta, il vino.

Chiesi a Virgilio: “Chi ha messo su il disco col canto dell’uccellino? Una bella idea, in fondo, un’idea poetica quella di accompagnare la Messa così”.

Virgilio no non capiva: Che disco, che uccellino?”.

“Ma sì. Non lo sente? Continua ancora adesso”.

Fa una bella risata: “Non è mica un disco sa? Quello lì è un usignolo. Un usignolo vero.

Ce n’è un esercito qui. Vanno avanti a cantare fino all’alba… Confesso che non me n’ero neanche accorto. Ci siamo tanto abituati, qui a Nomadelfia”.

Dino Buzzati

(CORRIERE DELLA SERA, Milano, 30 maggio 1965)