L'OPERA PICCOLI APOSTOLI (1931 - 1943)

A S. Giacomo Roncole, un paese della Bassa modenese nel comune di Mirandola, don Zeno, cappellano del vecchio parroco, inizia subito la sua opera di “profonda bonifica cristiana e sociale” nel popolo e comincia ad accogliere come figli altri fanciulli abbandonati, prima in Canonica e poi in un grande palazzo chiamato il “Casinone”. Nel 1933 dà vita all’Opera Piccoli Apostoli e crea le prime famiglie che, in mancanza delle mamme, sono affidate ai giovani più maturi, tra i quali Dario e Silvio che si sono uniti a lui come volontari.

Nel luglio 1941 una giovane studentessa del paese, Irene, scappa da casa, si presenta a don Zeno e, con l’approvazione del Vescovo di Carpi, si fa mamma di un gruppo di figli. Nasce con lei una maternità nuova, una maternità virginea, una nuova famiglia non più “dalla carne o dal sangue” ma dallo spirito.

IL VESCOVO PIANGEVA

Don Zeno scoprì che a Roncole c’erano seicento bambini, e la metà erano figli di braccianti, o di operai, o di nessuno. E molti non avevano né abiti né scarpe. “Nudi, – dice – come i gigli dei campi e gli uccelli dell’aria, e decisi che bisognava vestirli. Lei conosce la nebbia e il gelo delle nostre campagne. E io li volevo tutti belli, niente gambe rosse, tutti con la camicina bianca, e del buon panno addosso”.

Predicò agli uomini e alle donne di Roncole: “Se tutti i bimbi di questa parrocchia non avranno abito e scarpe io toglierò la croce dal campanile, perché vorrà dire che l’occhio di Dio non può fissarsi su queste case. Voglio che addobbiate la chiesa con le stoffe più preziose. E fate venire i sarti di Modena e dai paesi vicini, perché tutto deve essere fatto a dovere”.

Così un giorno il Vescovo di Carpi fu invitato ad onorare una strana cerimonia: seicento bambini con il vestito della festa, lo accompagnarono in processione: egli portava il Santissimo, quattro giovinetti reggevano un leggero baldacchino. Non c’era nessun grande, nel corteo, ogni tanto si vedevano volare i cappelli dei bambini, buttati allegramente in aria. Il Vescovo piangeva, e anche i grandi piangevano.

Enzo Biagi

(LA STAMPA, Torino, 21 giugno 1959)

L'OMISSIONE

A S. Giacomo, presso Modena, egli battezzò la sua prima casa “Casa dei quattro F” (fame, freddo, fumo, fastidi). Nei figli di nessuno, in questi bimbi condannati a vivere costantemente alla deriva della società, egli vedeva Cristo crocifisso per causa del più vigliacco dei peccati: l’omissione.

Da solo cominciò a raccoglierli, a lavarli, a pulirli, a far loro il bucato, a procurare loro il cibo: predicò di taverna in taverna, nelle chiese, nei caffè chiedendo aiuto e gridando dai balconi delle piazze: “Voi non avete ancora il coraggio civile di prendere uno di questi fanciulli ai quali è negata la famiglia, voi non avete il coraggio di portarlo a questo balcone e buttarlo in piazza, massacrandolo. Eppure avete il coraggio di farlo morire nella dimenticanza, uccidendolo in tutta la sua vita”.

Non vennero risposte. E don Zeno per molti anni tenne con sé questi ragazzi ai quali ripeteva: “Sono vostro padre e voi i miei figli”. I derelitti lo guardavano sbalorditi e non credevano, tanto che spesso scappavano rubandogli calzoni e portafoglio.

Ma ritornavano, più tristi e sperduti di prima e più bisognosi di una cosa che il povero prete non poteva dar loro, una mamma, con un nome vero da chiamare e una famiglia in cui sentirsi veramente fratelli.

Domenico Porzio

(OGGI, Milano, 24 novembre 1949)

VOI OFFENDETE IL REGIME

 … Don Zeno dovette amaramente arrendersi all’idea che l’egoismo separava irreparabilmente molta gente, che si diceva cristiana perché battezzata, da quella solidarietà umana che dovrebbe scaturire dai principi evangelici.

Così nacque, parallelamente, la sua duplice funzione di realizzatore di una vera fraternità attraverso la sua opera, e di energico predicatore per ricristianizzare la popolazione del luogo. Ma la gente andava molto poco in chiesa, e allora don Zeno, col coraggio e la lungimiranza che lo contraddistinguono, aprì a S. Giacomo nel 1937 un grande cinema sonoro (una vera novità per quei tempo, in provincia) dove egli, negli intervalli teneva i suoi discorsi. La gente accorse in massa.

Dice Pacifico Spelta di Mirandola: “C’erano certamente degli spettacoli migliori a Mirandola, ma noi eravamo attirati a S. Giacomo dalla parola di don Zeno. Egli parlava già allora, e pubblicamente, dell’ingiustizia sociale che deriva dalla diversa condizione degli uomini, che pure nascono tutti uguali, del diritto di tutti ad una giusta retribuzione, e così via”.

Cominciarono allora le preoccupazioni delle autorità civili e politiche, e le convocazioni di don Zeno in Questura.

Don Zeno affrontava questi incontri con la medesima tranquilla bonomia, venata di umorismo, con la quale parla di se stesso e dei suoi ricordi di allora, minimizzando tutto.

Una volta sul suo “giornalino”… Riportò una serie di passi del Vangelo che condannavano l’Autorità e i potenti, riunendoli insieme senza cambiare una parola, ma facendo apparire il tutto come un articolo suo. Dovette presentarsi direttamente al Questore di Modena, Antonino Papa, che lo redarguì severamente: “Voi offendete il Regime, ma chi credete di essere?”. Ecc. ecc.

Con calma, ma gongolando dentro di sé per la bonaria beffa, don Zeno rispose: “Ma guardate che si tratta di Vangelo” e mise i due testi a confronto.

“Volete fare lo spiritoso, eh! Cosa credete di dimostrare, che il Vangelo è contro il Regime?”. “Noo! Signor Questore! Venti secoli fa al Regime non ci pensavano ancora. Certo che se le azioni sono le stesse…”.

“Andate, andate…” si trovò costretto a dirgli precipitosamente il dott. Papa.

Ilva Vaccari

(IL TEMPO DI DECIDERE, Modena, 1968)

DON ZENO ASPETTAVA

Quando Nomadelfia era soltanto una raccolta di ragazzi abbandonati e l’idea di governarla attraverso le madri, per meglio aderire alla natura e per evitare tutti gli inconvenienti di una educazione collegiale, don Zeno aspettava…

Le madri erano necessarie.

Ecco come don Zeno, descrive se stesso con i bambini senza madre: “Mi sembrava che il mio petto fosse un palo di pioppo, sterile; io un palo, con i bambini in braccio che piangevano…”.

Era certo che le mamme sarebbero arrivate e un giorno cominciarono ad arrivare.

Arrigo Benedetti

(L’EUROPEO, Milano, 13 novembre 1949)

IRENE: LA PRIMA MAMMA

A questo punto c’è un’altra Messa, e dopo questa Messa, c’è un secondo inizio, anzi, il vero inizio. C’era stata la Messa da cui era uscito il primo Piccolo Apostolo. Ed ora c’è la Messa da cui esce la Mamma. Irene, una studentessa, la prima Madre. Don Zeno l’accompagnò all’altare e per la prima volta ripetè le parole del Cristo che poi avrebbe ripetuto tante volte, decine e decine di volte, ad ogni mamma che accompagnava all’altare.

Disse: “Donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre”.

Così Irene entrò al Casinone. La promessa si avverava, c’era una mamma e c’era una casa.

Maria Giovanna (Nini) Albertoni Pirelli

(MOLTE STRADE UNA CASA, Brescia, 1951)

PIÙ DI COSÌ NON LI POTREBBE AMARE

Una giovane donna li ha assunti come figli, come figli autentici li ama e non importa se uno viene da Roma un altro da Caltanissetta e così via.

Con altrettanta forza tutti e ventiquattro sono attaccati a lei. E fra di loro si vogliono bene esattamente come fratelli, anzi di più perché i fratelli, quando sono in tanti, fan presto a litigare. Un collegio? Una famiglia come le nostre, anzi più stretta.

E tutto intorno… Altre famiglie come questa, piene di bambini con mammee che non li hanno partoriti.

Ma se ciascuna li avesse portati, tutti e 15, o 20, o 24, dentro di sé per nove mesi e dopo li avesse dati alla luce urlando, se ognuno dei 15 o dei 20 fosse nato da un meraviglioso amore, se veramente quella torma di bambini fosse carne della sua carne, più di così non li potrebbe amare.

Dino Buzzati

(CORRIERE DELLA SERA, Milano, 12 maggio 1949)

LE BASI DI UNA COSTITUZIONE CRISTIANA

Don Zeno, perché i suoi bambini non siano afferrati dal morso della miseria, con la più fosforescente umiltà, dopo la predica, che tiene nelle piazze dei molti paesi viventi nell’operoso raggio del suo apostolato, sul pulpito portatile dona un lieto fiato alla fisarmonica, e le più svelte musiche popolari riempiono di gioia il cielo…

Appena cessa il “concerto”, don Zeno Saltini scende tra la gente e rovescia con mirabile semplicità il tricorno per chiedere l’elemosina. Prima di partire, sopra la folla ammirata egli fa il segno della croce, e sembra che divida in quattro parti l’orizzonte.

 … Il più piccolo ha sedici mesi e i suoi occhi azzurri, limpidi, servono da specchio agli altri. Il fabbricato è grande: assomiglia ad una moderna abitazione popolare e le voci, dove emerge la parola mamma, creano un ampio sussurro, come le api attorno ad una arnia.

 … Qui, come un albero, fruttifica il culto della famiglia: dalla distruzione di tante case ne è sorta una più sana, immensa, che preannuncia nell’andare del tempo, le basi di una “costituzione cristiana”, sorretta dal lavoro, dalla fede e dalla carità.

Antonio Meluschi

(L’AVVENIRE D’ITALIA, Bologna, 15 novembre 1942)