A FOSSOLI NASCE NOMADELFIA (1947 - 1948)

Nel 1947 i Piccoli Apostoli sono oramai 350 con 28 famiglie, divisi in diverse località della pianura e della montagna modenese. Hanno bisogno urgente di riunirsi e decidono, il 19 maggio, di occupare pacificamente l’ex campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, in provincia di Modena. Abbattono subito muraglie e reticolati e ottengono dall’A.U.S.A. Un primo stanziamento per poter trasformare il campo e renderlo abitabile; iniziano i lavori confidando nella promessa del governo di altri fondi, che però non giungeranno mai. Il 4 febbraio 1948 approvano il testo di una costituzione che verrà firmata sull’altare da tutti i maggiorenni e dai figli. L’Opera Piccoli Apostoli diventa così Nomadelfia, che significa, dal greco: “la fraternità è legge”.

1947-1948 - storia nomadelfia
L'ASSALTO A FOSSOLI

Don Zeno mirava da tempo a Fossoli… Quell’embrione di città, pur così desolata, faceva al caso suo: e un bel giorno, caricati su un camion, su dieci o venti camion racimolati chissà come, i suoi ragazzi, don Zeno diede l’assalto a Fossoli, dopo averla inutilmente richiesta per vie legali.

Come le termiti, al comando del prete…, i ragazzi aggredirono le staccionate e le sgretolarono, fecero sparire i reticolati ed entrarono cantando nella città deserta.

“Hic manebimus optime” disse don Zeno e con la fisarmonica intonò un canto di lode a Dio, Signore di tutte le cose e quindi anche di Fossoli.

Flora Antonioni

(IL MESSAGGERO, Roma, 1-11-1949)

LE ANTICHE “CASE DELL'ODIO”.

 … Erano a malapena in piedi le squallide baracche del campo di concentramento di Fossoli, le antiche “case dell’odio”, adatte nemmeno a costituire un asilo da deportati. Non c’erano né un letto, né un fornello, né un paio di lenzuola, né un tegame. Non c’erano le strade, non c’era la luce non c’erano finestre né vetri per chiuderle.

Fossoli era un carcere all’aria aperta, un campo di prigionia allagato dal fango in inverno e invaso dalla polvere in estate.

 … Il piazzale, dove sorgeva ancora la torre di ferro per le sentinelle dell’antico campo di concentramento, aveva, se così si può dire, un colore siberiano.

Orio Vergani 

(L’ILLUSTRAZIONE ITALIANA, Milano, marzo 1952)

UN NOME BELLISSIMO

Chiunque sia stato, don Zeno o altri, a inventare il nome della nuova città, e dei nomadelfi suoi cittadini, egli ha senza dubbio creato un nome bellissimo.

Il particolare significato del nome di Nomadelfia risulta chiaro proprio se lo si confronta con quello che è senza dubbio stato il suo modello formale, Filadelfia. In quest’ultimo si esprime soltanto l’idea che sia da lodare chiunque ami i propri fratelli.

 … Ma chi ama soltanto i propri fratelli, non fa gran cosa. Già il Vangelo, attraverso la parabola del buon Samaritano, afferma chiaramente il principio che la vera carità, il vero amore del prossimo, non è quello che si esercita verso gli altri in quanto questi appartengono alla propria razza o stirpe o gente o famiglia, bensì quello che, viceversa, accoglie nella propria famiglia ogni altro, con il fatto stesso di amarli e di soccorrerli.

 … I nomadelfi, dunque, sono appunto i fratelli quali la parabola del Samaritano chiede ai fratelli di essere. Non i fratelli secondo natura, ma i fratelli “secondo la legge”…

Guido Calogero

(IL MONDO, Roma, 6 febbraio 1962)

SIAMO IL PIANTO DEL MONDO

Quando scende la sera, sul campo di Fossoli, c’è un breve momento di malinconia, e il resto del mondo sembra farsi più lontano di sempre, di là dai filari di pioppi che imbruniscono contro il cielo grigio della pianura.

Le file dei vecchi capannoni di guerra ritornano, per un attimo, rigide e minacciose, il muro alto e grigio spezza l’orizzonte, dall’alto della torretta i fari impongono la loro bianca luce abbagliante. Nell’aria c’è un brivido di freddo, e forse il fantasma del campo di concentramento rivive ogni sera, a questa ora, insieme all’eco delle parole di don Zeno (condanna e speranza), “Noi siamo il pianto del mondo”.

Geno Pampaloni e Michele Ranchetti 

(COMUNITÀ, Milano, giugno 1952)

UN GIORNO MANCAVA DA MANGIARE

Un giorno a Nomadelfia mancava da mangiare. La mattina presto don Zeno radunò i suoi. Disse che bisognava andare a Modena ma che non si doveva allarmare il governo.

Montarono tutti su dei grossi camion e partirono. Per andare da Nomadelfia a Modena si attraversano cittadine, paesi, borgate; a ognuna di esse c’era un carabiniere o una guardia comunale che fermava il camion. “Dove andate? Avete il permesso per trasportare persone invece di merce?”.

Qualcuno credeva che si trattasse di comunisti. I guidatori dei camion non davano spiegazioni. “Abbiamo fretta”, dicevano, “pigliate il numero della macchina e lasciateci andare. Fate le contravvenzioni che volete, ma non ci fate perdere tempo”.

Arrivati a Modena i settecento di don Zeno si sparsero nei giardini davanti alla Prefettura. Le donne che avevano portato con sé i figli fingevano di essere madri che portano a passeggio i loro bambini; gli uomini passeggiavano su e giù come se stessero là a pigliare una boccata d’aria…

Intanto don Zeno era in Prefettura e domandava al capo di gabinetto di essere ricevuto dal prefetto. Quando gli dissero che il prefetto era occupato in commissione e che bisognava aspettare magari fino al giorno dopo, don Zeno pregò il funzionario di affacciarsi alla finestra. Disse: “Vede quella gente giù? Se faccio un cenno invade la prefettura”.

Il capo di gabinetto corse dal prefetto, la commissione fu sbrigata rapidamente. Dieci minuti dopo don Zeno e il prefetto di Modena chiamavano Roma e dall’altro capo del filo Scelba faceva delle promesse.

Don Zeno insisteva: “Non voglio promesse, voglio sapere quanti soldi posso avere subito, e non mi importa nemmeno della cifra che mi spetta, ma di quella che posso avere subito”.

Arrigo Benedetti (L’EUROPEO, Milano, 13 novembre 1949)

DONNA, QUESTO È TUO FIGLIO

o stesso non so cosa dirvi di Nomadelfia. Quali parole del nostro vocabolario umano sono adatte a spiegare il miracolo dell’amore che le mamme e i babbi di Nomadelfia hanno scoperto nelle parole di Cristo, nelle ultime parole del Crocefisso, le più generose, le più pazze parole che siano mai state dette da un uomo?

E che dire poi al pensiero che queste parole non erano neppure di un uomo, ma di un Dio che moriva per l’uomo?

“Donna, ecco tuo figlio” e a Giovanni: “Ecco tua madre”; perché tale è la radice della nuova famiglia di Nomadelfia…

David Maria Turoldo

(IL POPOLO, Milano, 1 aprile 1951)

IL PAPA È CON LEI

.. Pio XII, ricevendolo in udienza privata il 15 marzo 1948, quasi anticipando le persecuzioni che sarebbero venute, gli aveva parlato così: “Don Zeno, il Papa non può fare queste cose, le faccia lei, lei le deve fare, capisce? È il Papa che glielo dice, lo ascolti, faccia quello che vuole, qualsiasi cosa succeda, anche fosse una tragedia… Ma la vuol capire? È il Papa che glielo dice, faccia quello che vuole, il Papa è con lei”. Le “cose” che don Zeno doveva fare, che anzi già stava facendo tra mille difficoltà e incomprensioni di ogni genere, erano di una semplicità disarmante.

In pratica, si trattava di cambiare alla radice e l’uomo e il mondo… Un’utopia?

Don Zeno non la pensava così. Per lui, dopo i disastri provocati da due apocalittiche guerre mondiali, i tempi erano maturi per proporre all’umanità un cambiamento di rotta che costituisse un taglio netto col passato…

Giuseppe Grieco (GENTE, Milano, 20 giugno 1980)

VIVRANNO QUESTE SUE CASE?

Vivranno queste sue case?

Se capiremo che i debiti di don Zeno sono debiti nostri, quella gente vivrà; altrimenti moriranno, ma morir di fame è già nel loro programma.

Prima però che l’erba ritorni a coprire le strade di Nomadelfia e le rovine siano coperte di edera, essi avranno il diritto di vedere se le case attorno, quelle degli uomini indifferenti, hanno davvero catenacci assai resistenti.

 … Perciò, se Nomadelfia muore, i falliti saremo noi.

Quello che succede e vive nell’ex campo di concentramento di Fossoli, non è soltanto qualcosa di “interessante”, come un film o un romanzo. Può essere qualcosa che ci condannerà o salverà per sempre: l’opera di don Zeno è forse una bombola d’ossigeno che ci soccorre in un momento assai disperato.

Domenico Porzio

(OGGI, Milano 24 novembre 1949)