L'INCONTRO CON MILANO (1949)

Nei primi mesi del 1949, per opera di Padre David Maria Turoldo dei Servi di Maria, Milano conosce Nomadelfia. Si forma quasi subito, presso S. Carlo al Corso, un comitato di cui saranno principali animatori, con lo stesso Padre David, Nini Albertoni Pirelli e Giuseppe Merzagora.

Una delle prime importanti iniziative del comitato milanese è l’organizzazione di una “settimana di Nomadelfia”, durante la quale don Zeno parla al teatro Lirico, presentato dall’ allora sindaco di Milano Antonio Greppi, e che si conclude il 13 novembre 1949 con una solenne cerimonia in Duomo nel corso della quale il Cardinale Schuster consegna alle mamme di vocazione ed agli sposi di Nomadelfia 40 nuovi figli.

Dopo il 1952, scioltosi il comitato, Nini Albertoni Pirelli e Giuseppe Merzagora continueranno ad operare in stretta unione con i nomadelfi, spesso affrontando dolorose incomprensioni e gravi sacrifici personali.

UNA PAGINA DEL SANTO VANGELO

Che cos’è il fenomeno di Nomadelfia? È il ritorno dei cristiani allo spirito del Santo Vangelo…

È un fenomeno commovente e credo che la popolazione di Milano sia rimasta impressionata da questo fenomeno, però questo mi fornisce occasione per dire: cristiani, guardate, non vi fermate alla cornice del cristianesimo, purtroppo da parecchi secoli molti e molti cristiani si fermano alla cornice; guardate queste cattedrali, guardate queste vesti canonicali: tutte, tutte queste cose esterne, tutta questa parte materiale, sì, ci vuole, è pur utile, ma questo non è ancora cristianesimo… Nomadelfia rappresenta una pagina del Santo Vangelo.

Cardinale Ildenfoso Schuster

(dal discorso in Duomo)

MI SEMBRAVA CHE SOLO IN QUEL MOMENTO LA GUERRA FOSSE FINITA

Il Cardinale Ildefonso Schuster, minuto e severo, con gli occhi asciutti e il benedettino cuore in tumulto per la felicità, non alzò l’ostensorio, quel giorno, nel Duomo di Milano stipato di gente, per benedire. Alzò alto un bambino stupito e spaurito, e con quello fece su tutti un grande segno di croce.

C’ero anch’io, quel giorno, ma a differenza del cardinale, gli occhi asciutti non riuscii a mantenerli.

Mi sembrava che solo in quel momento la guerra fosse finita, benché l’armistizio ci fosse stato cinque anni prima.

Mi sembrava finita perché quel bambino riassumeva tutte le croci dei morti e dei vivi, le croci degli orfani.

Ma soprattutto perché era un “orfano di vivi” che però orfano non sarebbe stato mai più, e che dunque era davvero, nelle mani dell’Arcivescovo, nel Duomo di Milano, una benedizione per tutti gli altri orfani, e per tutti coloro che li stavano salvando, dovunque nel mondo, dall'”orfanezza” fisica, morale, affettiva, familiare.

Nazareno Fabbretti

(BELLA, Milano, 4 novembre 1980)

QUESTO DICE NOMADELFIA

Questo dice Nomadelfia: di credere veramente nell’amore e di cessare dal ricorrere ancora alla forza; dice che la coscienza è ancora il valore, il solo valore che può tenere, se la casa, la scuola, il paese è paese scuola e casa dell’amore.

Dice ancora: è la società a costringere il fanciullo al delitto, una società che poi è solo capace di condannarlo senza rimorsi.

Questo dice Nomadelfia: che non è vero che sia l’interesse l’unica molla del dinamismo umano, la sola forza che ci spinga al lavoro e al sacrificio.

Perché a Nomadelfia si lavora fino alla esagerazione e senza paga; e si è perfino lieti di morire per gli altri perché è l’unica maniera per non morire.

E dice che tutti i figli hanno uguale diritto a vivere, e non solo tu perché più fortunato. Anzi, dice che il figlio è di Dio e non tuo. Per questo tu non puoi ucciderti né uccidere.

Questo dice Nomadelfia: che il cristianesimo non è affatto una utopia. Utopia è, solo di fronte al nostro egoismo. E dice che non è neppure una chiacchiera, è un fatto; e che bisogna fare, prima di dire. Altrimenti nostra religione è solo un minare il nome di Dio invano.

Cristianesimo è Incarnazione, coagulamento di Dio e della nostra miseria. E, anzi, cristianesimo è proprio questa discesa di Dio fino alle radici dell’uomo; e perciò la nostra religione che comincia con l’adorazione di un bimbo in una stalla e finisce col dar da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, col vestire l’ignudo, e perfino col visitare un delinquente: “perché ogni volta che avrete fatto queste cose all’ultimo di voi, le avrete fatte a me stesso”.

E appunto questo dice Nomadelfia. Coi fatti.

David Maria Turoldo

(MOLTE STRADE UNA CASA, Brescia, 1951)

NOMADELFIA MI AVEVA RIFATTA VIVA

Io attraversavo in quel tempo (1949) un periodo molto doloroso e non mi riesce di ripensare alla mia prima visita a Nomadelfia come ad un vero incontro con i Piccoli Apostoli.

Nonostante questo, don Zeno mi invitò a “lavorare”… E a presiedere il futuro “Comitato Milanese di Nomadelfia”. Io accettai. Solo molto più tardi avvertii che Nomadelfia mi aveva rifatta viva. (1953)

Il mondo ha tanto bisogno di Amore. Verrà il giorno in cui darà volentieri tutta la sua potenza e tutto il suo oro per un poco di sapienza e di carità. A quel giorno vorrei dare anch’io una brevissima scintilla di luce… Non importa se non vedremo quel giorno e se la nostra scintilla brillerà solo della luce riflessa dal faro di carità acceso dai Nomadelfi, non importa. (1955)

Maria Giovanna (Nini) Albertoni Pirelli

CON AFFETTO DI FIGLIO

… Mi fortifica il sapere che tu sei inesorabilmente e, si direbbe, spietatamente coerente e fedele alla verità delle cose, e alla tua missione.

Non riesco a comprenderlo bene, ma lo intuisco, l’enorme peso delle tue responsabilità, specialmente in questi mesi… Credo che il tuo lavoro è talmente necessario alla nostra Chiesa, talmente grande, talmente voluto da Dio, che il non ubbidire sarebbe un grave peccato contro lo spirito, per me che mi trovo provvidenzialmente – e ciò non per mia volontà – ad essere un collaboratore con i nomadelfi.

 … Prega per la mia bambina ammalata.

Con affetto di figlio.

Pino (Giuseppe Merzagora)

(da una lettera a don Zeno dell’agosto 1954)