PRESAGI DI TEMPESTA (1951)

Nel 1949 un gruppo di uomini e di giovani, con alcune famiglie, si è trasferito da Fossoli in Maremma, vicino a Grosseto, su un terreno da bonificare di oltre 1000 ettari, per dare vita ad una nuova borgata.

I nomadelfi sono 1150, dei quali 800 figli accolti e 150 ospiti, assistiti in via provvisoria perché senza casa e senza lavoro.

All’inizio del 1951 tutti i lavori di costruzione della nuova borgata sono sospesi, mentre la situazione economica diventa sempre più pesante. Nascono altri Comitati, oltre quello di Milano, ma crescono anche, in molti ambienti, diffidenze e sospetti. Qualcuno ha intuito che Nomadelfia non è soltanto “l’oasi della bontà” o il paese dove gli orfani ritrovano la famiglia, ma anche e soprattutto una proposta di vita che interroga e provoca la società che la circonda.

In giugno ci sono in tutta Italia le elezioni amministrative. L seggio di Fossoli vengono scrutinate 105 schede annullate da tre frecce e dalle parole “uguaglianza, libertà, fraternità”: sono i voti dei nomadelfi. La Democrazia Cristiana perde un seggio nel consiglio comunale di Carpi.

In luglio don Zeno, patriarca secondo la Costituzione del 1948, annuncia all’Assemblea generale, riunita a Fossoli, che i sacerdoti “si ritirano in via provvisoria da tutte le cariche e mansioni che importano la cittadinanza” per studiare la loro posizione, avendo constatato che le norme giuridiche canoniche impediscono loro di condividere con uguali responsabilità la vita dei nomadelfi laici.

L’Assemblea nomina di conseguenza un pro-patriarca nella persona di Dario, che sarà assistito nella sua missione dal Consiglio degli Anziani.

In ottobre l’allora Ministro degli Interni Mario Scelba dichiara a Maria Giovanna Albertoni Pirelli, presidente del Comitato di Milano, di non approvare Nomadelfia e pone pesanti condizioni perché il Governo possa intervenire con contributi straordinari.

L'AMORE E LA VITA NON VANNO D'ACCORDO CON I BILANCI

… A Nomadelfia si tende consapevolmente all’autosufficienza economica, a non dipendere più da nessuno. Vi sarebbero già riusciti se avessero ad un certo momento sbarrato le porte.

Ma sarebbe stato rinnegare se stessi, rinnegare la vita, rinnegare l’amore, che non tollera calcoli, né limiti. E proprio per questo, forse, non vi riusciranno mai (almeno in questa fase). L’amore e la vita non vanno d’accordo con i bilanci di pareggio.

Forse Nomadelfia avrà sempre bisogno di quelli che stanno al di là del suo fosso, allo stesso modo che questi hanno bisogno di lei, del suo esempio. (Ed è bene così. L’autosufficienza già nella parola contiene una tentazione, c’è una chiusura, qualcosa che si erge e si ripiega in sé, una quiete opaca. Forse non sarebbe più quella la “giusta via”, nemmeno in nome di Dio. Almeno fin che resta quel fosso, a separare Nomadelfi dal resto del mondo).

Mario Gozzini

(L’ULTIMA, Firenze, 25 marzo 1950)

DON ZENO GUARDÒ LONTANO...

Poi conobbi don Zeno. Camminava sulla scarpata di un canale con quella sua andatura ciondolona di patriarca campagnolo con indosso un giubbotto da camionista, e la sua faccia era buona sotto i capelli arruffati e bianchi.

Mi fece notare i rumori consueti della sua borgata; i gridi e le risa dei bambini per le strade, i richiami delle madri dalle finestre, il rombo di un camion in partenza, le note staccate di un vecchio pianoforte…

Poi, come d’improvviso, la sua voce si fece più lenta, piena di forza. Guardò lontano, al di là dei rossi capannoni, e cominciò a parlare di quanto vedeva.

Altre borgate erano sorte a poche centinaia di metri l’una dall’altra, e in mezzo stavano alberi, giardini e campi, e tutte insieme formavano una città, la città di Nomadelfia.

Un Piccolo Apostolo potrebbe anche non sapere il nome del suo fratello di una borgata lontana, ma gli intenti erano gli stessi per entrambi, stessi gli studi, stessa la vita.

Quando in una borgata era sagra annuale, vedeva giungere pullman da ogni parte della città, e tutti si ritrovavano insieme al gioco, agli spettacoli, al ballo e alla benedizione.

I giovani si innamoravano delle ragazze e i vecchi osservavano le graziose schermaglie d’amore dei giovani con indulgente sorriso e ricordavano compiaciuti i primi anni dell’Opera.

Vedeva, e ne parlava con grande serenità, con dolce sicurezza…

I suoi ragazzi avrebbero da vecchi ricordato la loro vita com’egli ora mi raccontava i giorni a venire e tanto lui che loro già li avevano ormai dentro di sé.

Giuseppe Ricca

(I GIORNI DI NOMADELFIA, inedito 1951)

LA NUOVA BORGATA

Dopo circa un anno, ricevetti l’incarico di avviare con un gruppo di giovani la costruzione di un nuovo villaggio in un vasto tratta della Maremma acquistato dal Comitato di Nomadelfia, sulle colline di Cefarello.

Dormivamo nelle tende. Impegnandoci insieme in quella zona selvaggia, era possibile trasformare la sterpaglia in ordinati campi di grano, far della sterpaglia fuoco per il calcare delle montagnole, trasformandolo in calce, togliere dai campi i grandi sassi smossi dai potenti aratri e costruire case accoglienti per le nuove famiglie.

Danilo Dolci

(G. Spagnoletti – CONVERSAZIONI CON DANILO DOLCI – Mondadori, Milano, 1977)

QUEL FUOCO DURERÀ?

Forse non c’è niente di nuovo a Nomadelfia (la Chiesa è la custode della novità dello spirito): c’è soltanto che là qualcuno prende sul serio il Vangelo.

Ti confesso che a me Nomadelfia non è parsa una cosa straordinaria; lo straordinario è la città che è fuori di Nomadelfia, la nostra “povera città”, che ha insegne cristiane e ben poco di cristiano. Bada però, mio fratello, che queste insegne cristiane, anche se non capite e mal sopportate, non sono vuote.

Ci fanno star male, fanno star male il nostro mondo e lo mettono in cerca affannosa di surrogati, verso un cristianesimo senza Cristo. Mentre sarebbe così bello prenderle in mano senza mortificarle, rischiare di leggere il Vangelo come lo leggevano i primi cristiani, come lo leggono i santi.

Se tu, mio fratello, mi aiuti a farmi santo, abbiamo già vinto la tentazione di far ci comunisti, perché Nomadelfia e qualche cosa di ancor più bello, crescerà ovunque.

Mi domandi: “Quel fuoco durerà?”.

 … Può darsi che anche Nomadelfia venga soffocata dal nostro economismo senza cuore. Che importa?

Resta sempre una testimonianza, una tappa, una schiarita, una giornata di trasfigurazione.

Cristo può essere insultato, percosso, vilipeso, crocifisso; ma se uno lo ha visto nella luce del Tabor, lo cercherà con gli occhi e col cuore anche sulla croce.

Primo Mazzolari

(Dalla risposta a “Confessioni di un comunista” – ADESSO, Modena, 30 settembre 1949)

POSSIAMO ARRISCHIARE LA PAROLA AMORE

E il terreno di Nomadelfia non è un terreno magico: voglio dire che non basta metterci il piede per sentirsi guariti. I bambini tarati si trascinano dietro la croce delle loro tare, figli di alcoolizzati, di malati, di ipersessuali, di ricchi, di miserabili… Le donne isteriche rimangono isteriche; gli uomini collerici rimangono collerici, i tardi rimangono tardi; gli impetuosi impetuosi, a cominciare da don Zeno.

Talora la comunità è costretta a prender e d’urgenza provvedimenti che contrastano con le norme di una oculata amministrazione: eppure deve provvedere, perché si trova davanti ad un’esigenza imprevista e imprevedibile, e la ristrettezza dei mezzi costringe al ripiego ed alla soluzione di fortuna.

Cause e condizioni, tutte, che sarebbero più che sufficienti a far colare a picco qualunque istituzione, in un giro breve di tempo.

Nomadelfia tira avanti; porta con pazienza privazioni, soste e ripiegamenti, ma tira avanti, e cresce…

E qui siamo veramente nel mistero. Ci si trova di fronte a un complesso umano, e a condizioni economiche tali, che la vita di tutti i giorni dovrebbe risolversi in un séguito di temporali. E invece no; a Nomadelfia i temporali seri vengono sempre da fuori: e mentre imperversa il maltempo la gente di Nomadelfia rinsalda l’impegno.

Veramente possiamo arrischiare, senza il timore di sciuparla, la parola AMORE. Non l’amore sentimentale, romantico, il rapimento e l’idillio; ma quest’altra cosa che è il darsi una mano a camminare insieme sulla strada dura. Cioè proprio quello che manca nella nostra vita di tutti i giorni; e in questa mancanza è la prima radice delle nostre inquietudini e delle nostre scontentezze di cristiani a metà.

Nando Fabro

(IL GALLO, Genova, 25 maggio 1951)

NON HO VISTO NÉ SERVI NÉ PADRONI

Ho visto vergini madri di venti figlioli

e giovinette uscite dal postribolo

candide come vergini di Dio,

ho visto donne sterili partorire,

non ho visto né servi né padroni

ma fratelli vivi insieme.

I sassi hanno spremuto olio buono

le brughiere pietrose, miele e latte;

fichi dolcissimi sono abbondanti.

Prima che si appassissero i miei occhi,

ho visto.

Ed ho riconosciuto il sogno mio

mio già prima che fossi,

l’antico sogno di tutti i miei padri;

ho visto mantenuta la promessa

ed ho vista esaudita la preghiera…

Danilo Dolci

(VOCI NELLA CITTÀ DI DIO, Società Editrice Siciliana, Mazara, 1951)

IN MAREMMA

Qui, su questi poggi della bellissima Maremma, quando, nel lavoro di massa, i ragazzi affrontano come cavallette il basso sottobosco per tagliare fascine, e nelle soste don Ennio parla di Dio; o quando anche i più piccoli si buttano nei campi a raccogliere i sassi; si ha veramente l’impressione di un popolo che vive in un paesaggio del Vangelo, con una semplicità mirabile e sinora perduta.

Qui il personaggio è don Ennio: lo troviamo con un baschetto e un camiciotto che scava un fosso nel frutteto del Cefarello; il volto arguto e buono cotto dal sole.

Ci fa vedere le case di Nomadelfia: belle tende, brandine biposto, o casette prefabbricate, di pannelli di trucioli pressati. Di tutto quello che era progettato e impostato in muratura… Non ci sono che le fondamenta che si calcinano al sole.

Geno Pampaloni e Michele Ranchetti

(COMUNITÀ, Milano, giugno 1952)

PAURA DELLA BONTÀ

Chi semplicemente vive come a Nomadelfia, cioè secondo una legge di fraternità e disinteresse, può apparire strano, eccessivo, quasi indisponente.

Di qui – perché negarlo? – certo diffuso scetticismo, o addirittura diffidenza, o perfino sospetto che laggiù a Nomadelfia, con la scusa della filantropia, si pratichi una sorta di non dichiarato comunismo.

E molti, che in un primo momento si erano entusiasmati e, se avessero obbedito al cuore, avrebbero aiutato quella opera grandiosa, sono poi rimasti in forse, hanno trattenuto la mano che stava già per tender si. Perché queste riserve? Negli ultimi tempi Nomadelfia ha sentito intorno a sé qualche freddezza…

O può trattarsi anche di paura. Per non udire le sirene, Ulisse si turò le orecchie con la cera. Similmente alcuni, a sentire parlare di sante opere come Nomadelfia, volgono altrove il capo, spaventati. Una specie di istinto di conservazione li trattiene. Guai se ascoltassero, forse quella voce li trascinerebbe. E, se obbedissero, per loro, uomini di mondo, finora tesi soltanto ai soldi, alla vanità, al potere, sarebbe in certo senso la rovina.

Dino Buzzati

(CORRIERE DELLA SERA, Milano, 17 marzo 1950)

IL MINISTRO NON APPROVA NOMADELFIA

Nell’agosto, su invito del Ministero degli Interni, Nomadelfia inviò al Governo italiano una relazione tramite la Prefettura di Modena…

Il Ministro Scelba non rispose alla relazione ma invitò a colloquio per il 5 ottobre 1951 la contessa Albertoni Pirelli, Presidente del Comitato Milanese. Durante il colloqui, il Ministro si dichiarò contrario a Nomadelfia in quanto egli non l’approvava né assistenzialmente, né socialmente, né politicamente; ed affermò di avere avuto mano libera da parte del Vaticano per agire nei confronti di Nomadelfia.

Circa la sistemazione della Città, il Ministro Scelba pose alcune condizioni, tra cui la costituzione di una commissione tecnico-finanziaria, da cui don Zeno fosse escluso, e l’inquadramento di Nomadelfia come Ente Morale o Opera Pia, riservandosi di prendere i provvedimenti necessari qualora Nomadelfia non avesse accettato queste condizioni.

I cittadini radunati a congresso il 12 ottobre, dopo avere affermato il “diritto per la Città di vivere e di svilupparsi rifiutando in via assoluta di prendere in considerazione qualsiasi imposizione che porti allo scioglimento o alla alterazione della sua natura, struttura e finalità” accettarono la costituzione di una commissione… Affidandone il mandato alla contessa Pirelli.

La Pirelli comunicò al Ministro Scelba, in data 8 dicembre, l’avvenuta costituzione della commissione, presieduta dal Sen. Prof. Giuseppe Medici ed alla quale avevano accettato di partecipare, in qualità di membri, eminenti personalità del mondo industriale, finanziario e politico.

La lettera non ebbe risposta.

Il Sen. Medici riferì in seguito, che in un colloquio avvenuto con il Ministro nel gennaio 1952 aveva ricevuto da questi la “promessa che avrebbe nominato un funzionario per trattare in concreto la questione di Nomadelfia”. Ma anche tale nomina non è mai avvenuta.

Geno Pampaloni e Michele Ranchetti

(COMUNITÀ, Milano, giugno 1952)

IL POPOLO CON LE SUE NECESSITÀ

Armato di tutta la cultura delle sacre Sacre Scritture, forse ignaro di altra letteratura, don Zeno sembrava vivere nel tempo immobile dei santi padri, e in quel fenomeno ugualmente immutabile, il cui primo grido somiglia a quello di oggi, da secoli, che è il popolo con le sue necessità e la sua sete di giustizia.

Di lui, un altro atteggiamento faceva impressione, ed era come parlava dei potenti, di quelli con cui alla fine doveva misurarsi, che gli potevano mandare la polizia o i milioni di cui aveva bisogno per la sua opera: ne parlava come di perone che dovevano fare i conti con lui fino a quando egli fosse una volontà, una forza d’attrazione, una lingua che parlava tagliente.

Con lo stesso diritto di un antico appoggiato ad una dottrina di amore e di carità, scriveva ai potenti e alle più potenti autorità, mescolando al latino della scrittura sacra il suo italiano scottante e profetico.

Corrado Alvaro

(ROMA VESTITA DI NUOVO, Bompiani, Milano, 1957)

SIAMO IN CRISI

Ed ecco che in piazza S. Carlo incontro un prete in basco e un giovane che conobbi a Nomadelfia, la comunità “dove la fraternità è legge”, presso Modena…

Aspettava l’urto, e l’urto è venuto, col governo e le alte gerarchie. I giornali milanesi di sinistra si sono impadroniti dell’argomento.

La comunità di Nomadelfia rivendica una voce nel bilancio dello Stato, come per un’opera pubblica di bonifica, o per una cooperativa, anche se singolare.

“Siamo in crisi”, mi dice il prete in basco (Don Zeno).

Gli dico scherzando: “Col Cielo?”.

Risponde: “Un poco più in giù”.

In quel “poco”, c’è ancora molta ubbidienza.

Corrado Alvaro

(LA STAMPA, Torino, 20 ottobre 1951)