LA PASSIONE DI NOMADELFIA (1952)

Il 5 febbraio 1952 il S. Ufficio ordina a don Zeno di lasciare Nomadelfia e di mettersi a disposizione del suo Vescovo, con facoltà di scegliersi un’altra diocesi. Nel decreto si precisa che una commissione farà fronte alle passività e che a Nomadelfia saranno inviati i Salesiani.

Don Zeno ubbidisce prontamente. Anche gli altri sacerdoti ricevono, come don Zeno, l’ordine di lasciare Nomadelfia.

Il 14 febbraio l’Assemblea generale dei nomadelfi pubblica una dichiarazione che dice tra l’altro: “Con lo stesso spirito di ubbidienza, con lo stesso dolore con cui don Zeno ha accettato il decreto del S. Ufficio, noi abbiamo accettato il suo allontanamento, che speriamo provvisorio. Abbiamo inteso e intendiamo attenerci al magistero…. Nella piena fedeltà alla S. Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana”. Dario, c eh è stato nel frattempo affiancato da un Consiglio direttivo di cui è presidente , tratta con un inviato del S. Ufficio il futuro di Nomadelfia.

Il 24 febbraio il settimanale della Diocesi di Carpi pubblica un comunicato ufficiale, precisando che “le competenti autorità ecclesiastiche hanno dichiarato:

– Don Zeno ha sempre goduto e continua a goder e della massima stima; il provvedimento nei suoi riguardi non è punitivo cioè per errori dottrinali ma puramente “amministrativo” (nel senso di uno spostamento di persona);

– Nomadelfia va bene. Le famiglie possono continuare a vivere la loro vita; l’amministrazione rimane al Consiglio direttivo della Città. La commissione governativa si assume le passività;

– A Nomadelfia di Fossoli sarà inviato un Salesiano, non come Salesiano, ma come Parroco. A Grosseto il gruppo dei lavoratori farà parte della Parrocchia locale”. (La Cittadella, Carpi, 24 febbraio 1952).

Ma intanto la stampa ha ingigantito e deformato gli avvenimenti, i creditori sono preoccupati. Il 9 marzo il senatore Medici precisa a nome del Ministero degli Interni che “il Governo non si è assunto la responsabilità dei debiti di Nomadelfia e quindi non ha alcun dovere di intervenire”. (Atti e documenti di Nomadelfia, Milano, 1952).

L’11 giugno un comunicato stampa dei nomadelfi informa che “la Città di Nomadelfia ha deciso di sciogliersi e di mettere i suoi beni a disposizione dei creditori”: Subito dopo la polizia viene inviata a presidiare l’ex campo di Fossoli mentre un Commissario Prefettizio provvede d’autorità al ricovero coatto dei figli accolti in collegi ed istituti e all’allontanamento di alcuni con “fogli di via”.

Il 7 settembre i nomadelfi superstiti si riuniscono per l’ultima volta in assemblea a Fossoli e decidono di dare vita alla “Società dei Nomadelfi”, per continuare a vivere, anche se dispersi, nello spirito dell’ex Città di Nomadelfia.

In ottobre viene imposta la “liquidazione coatta amministrativa” dei beni della Città; i nomadelfi si impegnano a liberare Fossoli entro il 31 dicembre.

In novembre si svolge davanti al Tribunale di Bologna un processo contro don Zeno ed altri nomadelfi, accusati di truffa e millantato credito. Presenti gli inviati di tutti i maggiori quotidiani, il processo si conclude con la piena assoluzione di don Zeno e dei nomadelfi, riconosciuti innocenti.

Nomadelfia non muore; dall’esilio don Zeno aveva scritto: “Potrete toglierci tutto ma non potrete sciogliere l’amore”.

DON ZENO LASCIA NOMADELFIA/ UNA SUA LETTERA AI "PICCOLI APOSTOLI" DAL "CORRIERE DELLA SERA" 10 FEBBRAIO 1952

Fossoli 9 febbraio, notte.

Don Zeno, il fondatore di Nomadelfia ha inviato ai capifamiglia della città la seguente lettera:

“Cari Babbi e Mamme di Nomadelfia

“Martedì 5 gennaio, festa di S. Agata martire, alle ore 9 sono entrato nello studio di S.E. Il Nunzio apostolico, da lui invitato.

“Ha estratto di tasca un decreto del S. Uffizio nel quale mi si comanda di ritirarmi da Nomadelfia e di mettermi a disposizione del Vescovo della mia Diocesi di mio gradimento.

“Nello stesso decreto, tra l’altro, si assicura che una commissione farà fronte alle passività di Nomadelfia e che a Nomadelfia verranno i Salesiani.

“Io ho risposto che non sono né il Papa e nemmeno la Chiesa e che credo a Gesù Cristo Redentore perché credo alla Sua Chiesa. Ho preso il decreto ed ho scritto di mio pugno, dopo la firma di S.E. Il Cardinale Pizzardo:

“Eminenza, ringrazio il Signore che mi fa il dono di compiere un atto di obbedienza. Obbedisco in Corde Jesu. Mi prostro al bacio del S. Anello. Dev.mo Sac. Zeno Saltini”.

“Vi posso assicurare che obbedisco senza “ritorno di fiamma”.

“Mi mandò la Chiesa a voi e sono venuto, vi ho amati come veri figli ed ora la Chiesa mi strappa a Voi. Non vi sono più Padre, sono un sacerdote in cerca di una Diocesi e sono uno tra gli uomini più infelici che esistano sulla terra.

“Io devo seguire una legge che ho accettato liberamente il 4 gennaio 1931. Questa mia legge non è la vostra.

“Voi seguite la vostra. Lo Spirito Santo non mancherà di illuminarvi e di condurvi per mano tra labirinti misteriosi.

“Se ci incontreremo ancora sul cammino misterioso che ci attende, se la mia legge mi concederà di essere dei vostri lo sarò, se non me lo permetterà non lo sarò.

“Sono uno tra gli uomini più infelici che esistano su questa terra. Se vi occorresse il mio sangue cercatemi, mi troverete e potrete berlo tutto.

“Addio vostro e non più vostro: Don Zeno”.

“P.S. – Voi avete l’età che avevo io quando, reietti e sbattuti nelle fogne della società umana, spesso inumana, vi ho aperto cuore, anima, casa, vita, amore. Siate liberi della Libertà dei liberi figli di Dio”.

Don Zeno

UNA PERLA NATA DAL POPOLO SOFFERENTE

Dal momento che il Nunzio apostolico Borgoncini Duca gli ha fatto leggere – era commosso anche lui – il decreto del Santo Uffizio, don Zeno non ha avuto che un brevissimo contratto con gli “anziani”, rinunciando perfino a dare l’addio alla sua gente; e si è ritirato a pregare in una villa sul lago di Como.

 … Dicono che ogni tanto, quando non c’è nessuno, scoppi in pianto. Ma a chi lo avvicina si dimostra di una serenità meravigliosa.

Dice sorridendo: “Nomadelfia è una perla nata dal popolo sofferente. Vorranno romperla per vedere che cosa c’è dentro, come fanno i bambini? In ogni modo il più importante resterà: è il fatto che per la prima volta i figli della sventura si sono affacciati alla ribalta del mondo e hanno detto: siamo fratelli”.

Dino Buzzati

(CORRIERE DELLA SERA, Milano, 12 febbraio 1952)

UNA LOTTA PER LA LIBERTÀ

Così don Zeno se ne è andato. Ma è rimasta la libera comunità laica di Nomadelfia. La quale comunità, tanto per cominciare, ha tranquillamente rifiutato che il villaggio, così com’era nelle intenzioni iniziali del Santo Uffizio, venisse “affidato ai salesiani”; ha accettato solo un salesiano che venisse a fare il parroco…

L’Assemblea generale e il Consesso dei capifamiglia – dice una risoluzione del 15 febbraio – hanno accettato in linea di massima il parroco assegnato dal Santo Uffizio pre la città di Nomadelfia. Trattandosi di una popolazione, accettiamo un sacerdote che abbia esclusivamente la funzione di parroco, tenendo ben presente che non accettiamo nessuna assistenza spirituale intesa ad avere funzioni particolari al di fuori dei compiti e contemplati dal diritto canonico. Qualora però si cercasse di menomare la libertà che abbiamo come cittadini dello Stato e come semplici fedeli della Chiesa – e ci venissero fatte pressioni od oppressioni – noi non possiamo accettarle”.

 … Abbiamo detto come l’esperienza dei piccoli apostoli ci appaia per tanti versi contraddittoria, confusa, irreale e non convincente. Pure è un fatto che nelle nebbie della “bassa” modenese e fra i boschi della Maremma grossetana è in atto una delle tante lotte che si stanno conducendo in Italia per la libertà.

Luca Pavolini

(RINASCITA, Roma, febbraio 1952)

NESSUNO TI PUÒ SOSTITUIRE

Scrive infatti (Irene) nella lettera a don Zeno che ha rifiutato di intervenire all’assemblea perché impedito da ragioni disciplinari: “Realmente siamo ridotti sull’orlo di chissà quali sventure. Nessuno ti ha sostituito e sappiamo che nessuno al mondo potrà sostituirti anche in questo grave impegno che hai con noi, come noi, prima di noi.

 … In quest’ora di tenebre spietate contro tanti figli, ci permettiamo di dirti arrivederci. Non scrivere che non sei più nostro padre, ci colpiresti a morte in ogni nostra fibra, nell’animo tutto”.

 … Dario ha un viso quasi grifagno e il segno della croce che si fa prima di aprire l’assemblea ha tutta l’aria di una raccomandazione guerriera, biblica, a sostegno della fede e del coraggio contro le prove che si presenteranno.

 … Lontano, separato per ubbidienza dalle mamme, dai ragazzi, don Zeno (e lo rivela l’assemblea) è qui con tutta la sua presenza: nessuno al mondo potrebbe sostituire il capostipite di una città di Dio – diceva Irene – e senza don Zeno, il nostro babbo, noi siamo tutti non solo mesti, ma esiliati.

E i bambini gli scrivono: “Senza di te noi siamo dei poveri uccellini in cerca della loro ala protettrice” e ancora: “Mi sembra che nemmeno sia Nomadelfia senza di te” e Antonietta che si firma “tua figlia” ricorda l’affetto di don Zeno per i fanciulli: “E don Zeno diceva: quanti fanciulli e come sono buoni e bravi; e tu hai visto – aggiungeva Antonietta – che io ho il braccio malato”.

Piangeva la Nini Pirelli a leggere queste testimonianze e tutti i giovani e le mamme si soffiavano il naso e Dario diceva brusco a Merzagora: “Tu Merzagora ti senti di leggerne qualcuna anche tu?”. E Merzagora faceva segno di no.

Franco Briatico 

(IL POPOLO, Milano, 25 marzo 1952)

 

OGNUNO DI NOI E' RESPONSABILE DEL LORO DESTINO

“La Città di Nomadelfia da oggi si scioglie e si disperde. Le casette che accoglievano nel sorriso le rinate famiglie, le terre e le attrezzature che servivano ai babbi, alle mamme e ai figli nel lavoro, saranno liquidate in favore dei creditori. Se il popolo italiano ama questi figli, lo può dimostrare inviando aiuti, perché vengano sistemati nel modo meno umiliante possibile, ed evitando di speculare, ai fini settari, su innocenti vittime che altro non hanno da aggiungere se non perdonare”.

Laconico messaggio, coraggioso riserbo.

Neppure noi vogliamo speculare, a fini settari, sulle cause che hanno determinato la decisione dei Piccoli Apostoli, ma l’11 di giugno è stato un brutto giorno per noi. Abbiamo capito che il cristianesimo è ancora per molti una bella etichetta.

Noi eravamo gli amici scettici, che don Zeno aveva lasciato un mattino, dopo una notte breve trascorsa a discutere liberamente dei nostri dubbi, dicendoci con serena fiducia: “Continuate a camminare in direzione di Dio. Il resto verrà…”.

Eppure conosceva bene le nostre incertezze in fatto di religione (non di morale), i nostri atteggiamenti polemici verso il cattolicesimo, le nostre convinzioni socialiste.

Avevamo voluto accompagnarlo con la nostra solidarietà, dimenticando un attimo il nostro ormai maturo scetticismo, per sperare che Nomadelfia sopravvivesse alla giungla. Non ci resta che rinnovare ai Piccoli Apostoli senza pastore l’accorato e paterno messaggio di don Zeno: “Siate liberi della libertà dei liberi figli di Dio”.

Il resto verrà!”

Ma non dimentichiamoci delle innocenti vittime “che altro non hanno da aggiungere se non da perdonare”.

Ognuno di noi è oggi responsabile del loro destino.

Bruna Talluri

(IL PONTE, Firenze, luglio 1952)

NON SI PUÒ SCIOGLIERE NOMADELFIA

Carissimo don Zeno,

ho atteso la pace e il raccoglimento di queste dolomiti per scriverle la lettera che ho in cuore da tanti mesi; dirò anzi, per essere esatto, dal 10 febbraio.

Ma quei primi giorni, quelle prime settimane, furono di smarrimento e di sbigottimento: non dico per lei e per i Piccoli Apostoli, che l’amore non patisce mai scandali né scosse; ma per noi mezzi cristiani che ci siamo trovati al buio e molto vicini alla bestemmia.

 … Ora invece su quel che è stato è calata la meditazione; si sono spente le passioni più crude, le ribellioni più accese. E le lacrime versate, di amare via via si son fatte dolci, evangeliche.

C’è oggi intorno a noi, dopo i clamori e le foschie della Passione, come la chiara luce pasquale di quel bel mattino del “noli me tangere”. Anche per noi, adesso, Nomadelfia non è un cadavere imprigionato in un sepolcro, ma un risorto dalla veste candida, che gira per il mondo e che può entrare anche adesso nella mia stanza passando attraverso la porta chiusa.

Per questo dicevo, perché si è sopito in me lo sdegno e la ribellione dei primi mesi, io me la sento oggi di scriverle con mani meno indegne.

Noi avremmo tutti sguainato la spada, caro don Zeno, lei lo sa: Padre Davide in testa. Ma la sua voce ci ha detto (e solo da poco mi pare di udirla e di restarne persuaso): “Che fai? Riponi la spada nel fodero”.

Nomadelfia, lei ci ha spiegato tante volte, richiede anni per essere capita, e mai interamente.

Ebbene, a me sembra di capire Nomadelfia ogni giorno più chiaramente proprio da quando si è sciolta. Per lo meno, da quando è stata sciolta ho capito una cosa piuttosto importante su Nomadelfia: e cioè che Nomadelfia non la si scioglie.

Sarebbe come disfare un’anima, che dal momento che Dio l’ha fatta immortale non esiste un mortaio tanto ostinato che, a furia di pestare, riesce a farla tornare nel nulla.

Luigi Santucci

(da una lettera a don Zeno dell’agosto 1952)

UN GIORNO ARRIVÒ LA "CELERE"

Perché la lotta contro Nomadelfia fu veramente uno dei capitoli meno edificanti e simpatici della vita politica italiana degli ultimi anni. Non si venga a ripetere la storia del fallimento. Nomadelfia non era affatto in una situazione disastrosa…

Bastava che il Governo l’avesse voluto, e Nomadelfia poteva avere questo respiro. Macché, gli italiani, così indulgenti con se stessi, sono stati severissimi solo contro Nomadelfia.

In questo Paese dove centinaia di enti parassitari succhiano lo Stato, dove si buttano via miliardi per finanziare esposizioni inutili, manifestazioni balorde e stagioni vuote, non s’è trovato niente per aiutare don Zeno e Nomadelfia che mantenevano 700 bambini dispersi e privi di famiglia.

Peggio. Quando la situazione precipitò, per essere sicuri che non potessero più sfuggire di mano, che non potessero più rialzare la testa, s’impose per loro la forma più odiosa e peggiore, la liquidazione coatta…

Un bel giorno la “Celere” arrivò a Nomadelfia. I ragazzi furono “manu militari” tolti alle mamme adottive, caricati coi loro fagotti sui camion, e sparpagliati per tutta l’Italia in istituti diversi, di dove scrivono ancora lettere accorate, e di tanto in tanto scappano.

Filippo Sacchi

(LA STAMPA, Torino, 17 dicembre 1953)

BOLOGNA: SULLA PANCA DEGLI IMPUTATI

“È stato tremendo” disse don Zeno. Non immaginate lo strazio di quei bambini strappati per la seconda volta alla loro mamma. Avevano perso la mamma e l’avevano ritrovata. Ed ora l’hanno ripersa. Sono arrivato a dire cose terribili, in quei giorni: mi chiedevo perché Dio non li avesse fatti morire con la loro madre”.

Nella saletta di un bar… Don Zeno si passava le mani sui capelli bianchi e piangeva. “Vedete – disse – i bambini non sono come noi. Sono come certi uccelli che in gabbia muoiono. Per loro essere in un orfanotrofio è come essere in gabbia, capite? Quattro bambini, alcuni mesi fa, abbiamo dovuto riprenderli, perché in gabbia morivano. Un giorno le mamme andarono a trovarli e loro si buttarono in ginocchio, capite? In ginocchio, a supplicarle di riprenderli. Perfino le suore si misero a piangere e li lasciarono andar via. Un mese e mezzo ci è voluto per farli nuovamente sorridere. Spesso mi scrivono e sono lettere strazianti”.

Don Zeno ne aveva una cartella piena.

Eccone alcune:

“Caro don Zeno, ieri abbiamo saputo che dobbiamo andare in collegio. Non so se ti darà un dispiacere, ma in collegio non ci voglio andare. Ho perduto la mamma e la casa una volta e non sono disposto a perderla la seconda volta. Questa è la mia casa e via non vado a qualunque costo. Provino loro, quelli che ci mandano in collegio, a rinchiudersi fra quattro mura, prima di mandarci noi. Prega per noi e per le nostre mamme. Tuo affezionatissimo figlio Claudio di Norina”.

“Caro padre, a nome di tutti i tuoi figli e figlie ricordandoti con queste poche righe a te che puoi farci felici. Sappiamo che il giorno 18 (novembre) a Bologna ci sarà un processo sul conto di Nomadelfia. Babbo, tu sai e ci hai predicato a noi il Vangelo e noi lo mettiamo in pratica, ricordati che il giudice è Gesù Cristo e noi dobbiamo osservare le leggi…”.

“Caro padre, ti scrivo a te perché solo tu sei mio padre. E mi rivolgo a te perché mi hai dato sempre buoni consigli, che non me li ha dati nessuno e se non venivo a Nomadelfia sarei diventato un delinquente invece il Signore mi ha condotto qua dove c’è la fratellanza e mi ha dato in dono la Mamma che nel passato avevo perso il vizio di chiamare la Mamma. Tuo figlio Gino di Enrica”.

 …

Don Zeno non aveva mai perso il sorriso e l’aria serena durante i due giorni di processo intentato da due creditori…

Era stato un processo insolito. E, ora, molti pensavano all’aria di imbarazzo sospesa nell’aula quando don Zeno, piccolo e dimagrito, rinvoltato nel vecchio mantello, si era messo a sedere sulla panca degli imputati accanto ai Piccoli Apostoli Irene, Ugo e Corinna. Nell’aula c’era stato un momento di silenzio. Oltre le transenne, nel recinto del pubblico, un centinaio di babbi e mamme di Nomadelfia sembrano pietrificati. Solo uno o due avevano trovato la forza di sorridere e fargli un cenno di saluto con la mano.

 … Quanto il Pretore ebbe letto la sentenza che mandava assolti don Zeno e i tre Piccoli Apostoli dall’accusa di truffa “perché il fatto non costituisce reato”, giovedì 20 novembre, nell’aula scoppiò un applauso. Immediatamente don Zeno sentì che gli occhi gli bruciavano, capì che stavano per diventare rossi e che fra poco avrebbe pianto come un bambino.

Ficcò in testa il basco stinto che una volta era blu, si allargò intorno al collo il maglione come se gli mancasse il respiro, si girò intorno alle spalle il vecchio mantello nero e tentò di uscire solo dall’aula.

Fu raggiunto, fermato, circondato. Chi lo abbracciava, chi gli batteva le mani sulla schiena, chi tentava di baciargli la destra, e tutti avevano qualcosa da dire o da proporre.

Oriana Fallaci

(EPOCA, Milano, 6 dicembre 1952)

UN GIORNO, FORSE, RIFAREMO IL PROCESSO A NOMADELFIA

Così ha sentenziato il Pretore dott. Mario Ranieri assolvendo con formula piena (perché il fatto non costituisce reato), i quattro imputati, tra i battimani del pubblico, dei giornalisti d’ogni partito o tendenza, dei fotografi, dei cinematografari e – quello che è più curioso – con evidente sollievo per gli stessi creditori, ai quali riusciva ormai odiosa la parte che si erano assunta con le loro carte bollate: la parte dei lupi mannari in un candido ovile già tanto decimato dalle avversità.

Debitori sì, ma non ladri, i nomadelfi; creditori sì, ma non aguzzini, i commercianti.

 …

Più che un’arringa avvocatesca (quella dell’avv. Luigi Vecchi di Bologna) è un sobrio e pensoso soliloquio, l’esame di coscienza di un giovane cattolico dinanzi ai problemi umani che Nomadelfia propone al cittadino e al cristiano moderno.

“Noi pensiamo al nostro prossimo per dieci minuti al giorno, poi torniamo a chiuder ci in noi. Ma Nomadelfia aveva aperto le sue porte sul mondo, né poteva dire basta agli orfani, ai malati che volevano entrare. Come mai, nonostante gli aiuti della generosa Milano e i tanti consensi, Nomadelfia non ha potuto continuare? È una risposta difficile.

Un giorno forse, non qui, quando dalla cronaca passeremo alla storia, noi rifaremo il processo a Nomadelfia.

O, forse, sarà Nomadelfia che lo farà a tutti noi?”.

Giorgio Vecchietti

(LA STAMPA, Torino, 21 novembre 1952)

COME L'ADULTERA DEL VANGELO

Quello che pesa infatti a Nomadelfia è l’aria pesante, vischiosa, da cui è circondata. Che sia accusata è chiaro, di che cosa assai meno.

Certo, Nomadelfia non è stata “oculata amministratrice”. Certo “ha fatto il passo più lungo della gamba”. Ma forse queste accuse sono comodi alibi. Esistono le sue responsabilità, ma esistono anche accanto ad esse le responsabilità della Chiesa, del governo, della società.

La cosa più tremenda ed amara che dice don Zeno di Nomadelfia è che Nomadelfia è come l’adultera di cui parla il Vangelo.

Nessuno la condanna, ma nessuno la vuole. Tutti l’hanno perdonata, ma tutti la scacciano. Sei perdonata e vattene. Che cosa cerchi di più?

Geno Pampaloni e Michele Ranchetti

(IL MONDO, Roma, 26 luglio 1952)