LA LAICIZZAZIONE PRO "GRATIA" (1953)

Costretti ad abbandonare Fossoli i nomadelfi, che nel settembre 1952 hanno costituito la “Società dei Nomadelfi”, si rifugiano per la maggior parte a Grosseto nella tenuta Rosellana, mentre altri gruppi trovano provvisoria sistemazione in diverse località del Modenese.

Nella primavera 1953 viene offerto in uso un terreno vicino a Limbiate viene offerto in uso un terreno vicino a Limbiate, in provincia di Milano: parte da Grosseto un gruppo di uomini e di giovani che iniziano i lavoro per costruire una nuova borgata, con l’aiuto decisivo di amici milanesi che hanno progettato e favorito anche il sorgere di nuove attività di lavoro: falegnameria, tipografia, autotrasporti.

Nel maggio don Zeno pubblica “Non siamo d’accordo”: è un grido di dolore e di protesta contro tutte le violenze morali e materiali ingiustamente subite da Nomadelfia.

La lotta per rimediare ogni giorno i mezzi necessari alla vita e alla ripresa del lavoro è durissima; don Zeno, pur lontano dai suoi figli, continua la sua opera di padre cercando di provvedere almeno alle necessità materiali, mentre sempre più spesso deve difendere in tribunale altri figli che, strappati alle famiglie di Nomadelfia, sono ricaduti nella malavita e minacciati di carcere e correzionale.

Intanto decide per la soluzione più dura e dolorosa: chiederà al Papa di poter rinunciare temporaneamente all’esercizio del suo sacerdozio per tornare alla guida dei suoi figli.

Dopo ripetute richieste, tutte le difficoltà vengono superate da un intervento diretto di Pio XII: il 30 novembre viene comunicato a don Zeno il Decreto del Santo Ufficio n. 160/45 con il quale gli è concessa la laicizzazione “pro gratia”. Depone la veste, torna subito in mezzo ai suoi figli e inizia il lungo e faticoso lavoro di ricostruzione del popolo da lui generato.

DA "NON SIAMO D'ACCORDO" PREMESSA DELL' AUTORE

Questo libro non ha l’ingenua pretesa di essere l’ultima parola sui gravi problemi che affronta.

Sono constatazioni: dolorose constatazioni che sospingono a metterci tutti eroicamente sulle vie della giustizia.

La giustizia, per i cattolici, se non vogliono essere falsi come i farisei, deve esprimersi nella vita sociale come virtù coerente alla Fede che professano. Per tutti è comunque una aspirazione insopprimibile.

Con questo libro non voglio misconoscere, anzi presuppongo il bene che cattolici e non cattolici hanno operato ed operano in favore della umanità. Soltanto, tutto questo non mi autorizza a rinunciare a difendermi dalle ingiustizie che hanno colpito me, i miei figli, e i nostri creditori che, a suo tempo, tra gli applausi dei politici e le benedizioni degli ecclesiastici, fiduciosi ci hanno anticipato la vita nelle ore più dure.

Lo faccio cercando di individuare i sistemi e le mentalità che hanno determinato quel reato pubblico.

Non mi piego alla ingiustizia, sempre pronto a riconoscere i miei torti. Ma che siano torti. Nessuno finora me ne ha attribuiti se non come opinioni. Ma la contabilità e l’ingiuria non appartengono al mondo delle opinioni.

Oppresso, sono schierato con gli oppressi che non sono un partito e nemmeno una ideologia: sono oppressi comunque la pensino.

E gli oppressori sono tali comunque la pensino. Chi possedesse anche tutta la verità e operasse l’ingiustizia sarebbe egualmente empio.

Gli uomini quindi si devono considerare socialmente divisi in due blocchi: oppressi e oppressori; sfruttati e sfruttatori.

Le parole degli oppressori sono molto più “belle” delle nostre.

Essi “la sanno cantare”. Ma nel loro costume sociale sono crudeli. Gesù li chiama “serpenti”.

Essi si interessano di noi solo quando torna vantaggioso al loro benessere ed al loro prestigio; in funzione, cioè, di rafforzamento delle loro ingorde e false posizioni. Pur di galleggiare ci spezzano la vita in tutti i modi, sempre: quando ci favoriscono, quando ci perseguitano, quando ci trascurano.

Se azzardiamo a parlare noi, siamo sempre in errore. Parlano essi, ed anche i loro errori diventano intelligenti espressioni in fase evolutiva. Mordono persino con la lingua.

Questo libro li contrattacca. Speriamo che non rimanga lettera morta. Speriamo che abbia il soffio di Dio.

Mentre scrivo tengo presente come termine di perfezione la figura del Figlio di Dio incarnato che non mi autorizza a essere vigliacco.

Li contrattacco non per vendetta; ma perché si facciano nostri fratelli. Devono accettare di non esserci padroni e tiranni. La vita è un diritto. Lo sanno.

Tutte le anime che si dedicano al bene della umanità devono guardarsi dalla insidia nella quale cadono molti: facendo il bene immediato a sollievo delle vittime, non rafforzino mai le posizioni degli oppressori indulgendo al loro perfido costume sociale.

E le vittime, sospinte da Cristo ad avere una personalità dignitosa, devono conoscere le cause della loro rovina, e non cadano nell’equivoco di considerare bontà il gesto dichi le accarezza mentre nega loro il diritto di cittadinanza alla pari.

Io mi difendo dagli oppressori che per dura esperienza conosco. Difendendomi sono un uomo.

È violento questo libro?

Molti diranno di sì.

Eppure non ho voluto arrivare alla “violenza” del linguaggio del Divino Maestro, che son tenuto ad imitare integralmente.

Mi sento riconoscente verso la Casa Editrice che ha ospitato lo scritto con la stessa generosità di chi ospita un pellegrino senza nome e senza terra. Mi chiamo Zeno che significa “forestiero”.

La Casa Editrice non ha preteso di impormi la sua cittadinanza. Grazie.

Don Zeno

1953 storia nomadelfia
DA "IL MESSAGGERO" 7 DICEMBRE 1953

Modena, 6 dicembre

Don Zeno Saltini, dopo il suo allontanamento da Nomadelfia, nel febbraio 1952, aveva ripetutamente chiesto al Santo Ufficio la propria laicizzazione al fine di poter intervenire nella gravissima situazione morale ed economica determinatasi in seguito allo scioglimento della città da lui fondata.

Risulta che la Santa Sede ha accolto la richiesta, esonerandolo dai vincoli ecclesiastici incompatibili con l’indicata situazione. Don Zeno, tuttavia dovrà mantenere l’obbligo del celibato secondo i canoni della Chiesa. La laicizzazione è stata accordata con la formula “pro gratia” che esclude qualsiasi carattere punitivo.

 La notizia è stata comunicata da Mons. Prati, Vescovo della Diocesi di Carpi da cui dipende Don Zeno, che si trova attualmente a Collegara, nella villa del proprio fratello.

Egli, dopo tale comunicazione si è portato subito a Milano, e precisamente a Limbiate, dove si sta ultimando la costruzione di un villaggio, ed è stato accolto con grandi manifestazioni di gioia, al suo arrivo, dai ragazzi.

In base al decreto Don Zeno ha potuto così ricongiungersi ai suoi ragazzi dai quali era separato dal giorno dello scioglimento della “Città”.

LIMBIATE NOTTE 2- 3 DICEMBRE 1953

I figli riposano tutti. Sul mio letto sta una veste talare ed un manto nero. Li ho di fronte e li guardo.

Li ho immolati per questi miei figli che riposano lieti sapendomi ritornato tra loro, padre, e in eterno sacerdote.

Mi avevano perduto e mi hanno ritrovato.

Questo sanno; e anno che la Chiesa, attraverso quell’olocausto, mi ha ridonato ad essi.

Ho fatto la volontà del Padre nostro che sta nei Cieli. Come ha fatto Colui del quale sono sacerdote e fratello.

Sono stanco.

Ho consumato uno di quegli atti che neppure una fibra di questo mio povero corpo ha risparmiato al dolore ed alla riconoscenza viva, come viva è la linfa che stilla a gocce del tralcio ferito in primavera dal potatore che l’ama.

Sono stanco.

Domattina, quale sarà delle mie figlie che, mentre io assente, entrerà in questa stanza e che, avvolta da un mistero profondo, coglierà la veste talare ed il manto posati sul letto per portarseli nel suo armadio come reliquie viventi?

Sono figli di un amore che non è della carne e nemmeno della volontà degli uomini. Il loro padre sono io. Ed essi lo sanno. Mi amano ed io li amo.

Quelle due viventi reliquie racconteranno loro l’Amore.

Non commentano questi eventi grandi; li sanno rispettare, solo li vivono come me e con me.

Per questo sono nati da me, non dalla carne, non dalla volontà degli uomini, ma dal mio sacerdozio, quindi da Dio.

Lo sanno, mi amano ed io li amo.

Mi attendevano con la notizia. Mi hanno preparato una stanza riscaldata, mi sono corsi tutti intorno, ho dato loro la notizia.

Adesso riposano. Che cose belle!

Ho dato tutto ad essi: ventitré anni di sacerdozio.

Quando, in Duomo a Carpi, salivo l’altare per la prima volta avevo trent’anni.

Già la brughiera si illumina dell’alba di questo nuovo giorno ed i figli riposano sul mio ritorno.

Sono stanco, tanto stanco; ma il nuovo giorno mi attende.

Ho cinquantatrè anni.

Don Zeno

L' ULTIMA MESSA

 … Un mattino don Zeno scelse di autoaffondarsi. Avrebbe chiesto “pro gratia” al Papa di lasciare il sacerdozio per tornare a fare il padre. Lo avevano deciso al sacrificio le invocazioni dei ragazzi che andavano già disperdendosi. Tra le giovani c’era chi aveva ritrovato la via della strada. Don Zeno se ne vide davanti una – una figlia – in una pizzeria di Roma. Poche ore dopo diceva al Cardinale Ottaviani: “Se vi lasciassi qua sul tavolo la mia veste da prete e, nel caso non voleste laicizzarmi, sareste costretti un giorno a farmi la causa di beatificazione. Dovreste dire, forte, che mi sono comportato da padre che andava a salvare le sue creature”.

Il Cardinale obiettò che, forse, la pubblica opinione sarebbe stata sconvolta: proprio un don Zeno che lascia la tonaca! Ma non poté finire. Il prete di campagna aveva sputato sul tappeto rosso. “Cos’è?”, chiese sbalordito il Cardinale. “La pubblica opinione”, replicò don Zeno. E poi: “Se Cristo avesse badato alla pubblica opinione, mi creda, eminenza: non sarebbe di sicuro andato a farsi inchiodare su un legno da schiavi”.

Ebbe immediatamente la riduzione allo stato laicale e fu durante l’ultima Messa, detta con la consapevolezza dell’addio, che vide chiarissima la sua condizione. “Avevo sempre sacrificato Cristo all’altare. Questa volta sacrificavo me stesso”.

Giorgio Torelli

(EPOCA, Milano 3 settembre 1972)

UN CRISTIANO FEDELE

Per la fede nella sua idea aveva chiesto di essere, nella Chiesa, semplicemente un fedele: era un accordo prudenziale tra madre e figlio, che non tutti i fratelli avevano compreso.

 … C’è una fedeltà esecutiva che, qualche volta, nasce da stanchezza interiore e corre il rischio di degenerare nella vana sterilità, nonostante gli onori che raccatta. E c’è una fedeltà inventiva, propria di chi ha un’idea da far valere, un’idea che gli è stata affidata dall’anima della Chiesa, dallo Spirito Santo.

Questa seconda fedeltà a volte è tragica, tesa, aperta agli imprevisti, mai ai tradimenti.

 … Don Zeno è un uomo inquietante, ma è un cristiano fedele.

Ernesto Balducci

(GIORNALE DEL MATTINO, Firenze, 14 gennaio 1962)

HO BRUCIATO QUALCOSA DI ME STESSO

Un’altra storiella raccontata (da sua madre) doveva impressionarlo a lungo e nel profondo.

La storia di quel tale che voleva inventare la vernice per i piatti (forse la porcellana) e prima di mettersi a farla, comperò una quantità immensa di legna, quasi una montagna. Quindi accese il forno e vi mise i piatti, ma la legna finì prima che affiorasse la vernice.

Allora, mentre sua moglie piangeva e si disperava, egli si mise a spaccare i mobili di casa perché il fuoco non si spegnesse, ma nel forno non avveniva ancora niente e a quel punto cominciò a demolire il tetto pre levarne le travi, e via le porte e le finestre, ché ardessero anche quelle.

E quando bruciò l’ultimo pezzo dell’ultima porta, gli riuscì finalmente la vernice.

“Un racconto che ho sempre presente. Quante volte io ho perso le cose, quante volte lo ho dovute buttar via, o le ho bruciate, o, peggio, le hanno sequestrate. E tutto per arrivare ad avere la mia, di vernice!

Non più la casa, ma qualcosa di me stesso ho bruciato, quando ho preso la decisione di rinunciare al mio stato di “alter Christus” per salvare un’opera della Chiesa”…

Camilla Cederna

(L’ESPRESSO, Roma, 21 gennaio 1962)

IL SANTO UFFIZIO È ANCHE UN CUORE

Don Zeno, che come uomo, come carattere, non è sempre stato in ottimi rapporti con i prelati romani, oggi è il primo a riconoscere che la deliberazione del Santo Uffizio è una deliberazione sapiente e finissima.

Il Santo Uffizio è un cervello, dice, ed un cuore. Questa severa istituzione, la più temuta della Chiesa cattolica, terrore degli eretici, ha avuto nel caso dei nomadelfi una delicatezza di fanciulla.

Don Zeno ne è commosso, quantunque il suo modo di esprimere la commozione sia quello che è.

Arrigo Benedetti

(L’EUROPEO, Milano, 20 dicembre 1953)