A distanza di qualche giorno dall’evento riflettiamo insieme sul processo che si è messo in moto grazie alla risposta di tantissimi giovani di tutto il mondo all’invito di papa Francesco

Essere tutti insieme ad Assisi sarebbe stata senza dubbio un’esperienza diversa, più completa perché ci avrebbe permesso di guardarci negli occhi. Ma l’evento in sé non ha perso il suo significato, anzi, è stato la dimostrazione che, nonostante le difficoltà legate alle circostanze storiche di essere realmente nello stesso luogo, c’è la volontà di tanti giovani da ogni parte del mondo di impegnarsi per costruire insieme un’economia, quindi un’umanità diversa.

Nomadelfia non si è tirata indietro. Alcuni giovani hanno partecipato all’evento, qualcuno contribuendo alla preparazione del villaggio “Women for Economy”, qualcuno come partecipante e un gruppo di ragazzi under 18 portando direttamente il loro contributo prima dell’intervento finale di papa Francesco.

Abbiamo avuto l’impressione che si trattasse di qualcosa di più di un evento, un processo che può dirsi appena iniziato. Molto bello è stato l’incontro con Muhammad Yunus, fondatore del microcredito e vincitore del premio Nobel per la pace nel 2006. Il suo intervento è stato un invito a costruire strade nuove, in modo da raggiungere una destinazione diversa rispetto a quella perseguita fino ad oggi, un invito alla condivisione.

In queste giornate sono risuonate fortemente due parole: “farsi carico”, che è qualcosa di più che prendersi cura dell’altro. È stato molto significativo il video proposto dall’istituto Serafico di Assisi nel quale viene presentato il pianeta terra nella situazione attuale; la batteria si sta scaricando, è ormai alla fine. Poi avviene una svolta. L’aveva spiegato la presidente dell’istituto Francesca di Maolo nella presentazione: “Non ci sarà sviluppo o progresso senza prendersi cura dei più fragili della società. Cominciate il vostro lavoro oggi come san Francesco fece otto secoli fa, abbracciando il lebbroso”. Nel videomessaggio conclusivo papa Francesco ha richiamato la prospettiva dello sviluppo umano integrale sottolineando “il sogno di Dio che impariamo a farci carico del fratello, e del fratello più vulnerabile”.

Mi è tornata alla mente l’icona della Santa Comunione del monastero di Bose, che ritrae un monaco giovane che porta sulle spalle un fratello anziano. Farsi carico significa prendere sulle spalle, scomodarsi e scendere da cavallo, come ha fatto il samaritano con l’uomo incappato nei briganti. Non si tratta di assistenzialismo, ma di entrare in una logica nuova di “conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale”, ha chiarito papa Francesco.

Tutto ciò però può avvenire solamente se questo cambiamento avviene prima dentro di noi, se riusciamo a guardare l’altro con occhi nuovi e insieme lasciarci guardare da lui. Farsi carico non vuol dire “pensare per il popolo, ma con il popolo”, smettendo di considerare “gli altri” una categoria per “maturare uno stile di vita in cui sappiamo dire noi“.