Il coronavirus ci fa sperimentare quanto siamo attaccati a questa vita. Quella proprio che ora stiamo vivendo e che ci preme tanto. Ad essa aggrappati, ci sentiamo disposti a fare di tutto perché non ci sfugga di mano.

Il racconto di Cristo risorto, che in occasione della Pasqua riascoltiamo, rappresentava, quando la minaccia della morte non era così incombente, l’ipotesi di “un dopo” che, senza escluderlo, consideravamo lontano. Ora invece è come se, in pieno viaggio, si fossero accese all’improvviso tutte le spie a indicare che il veicolo sul quale viaggiamo può fermarsi da un momento all’altro.

A rendere più drammatica la situazione la radio a bordo diffonde il messaggio che ciò sta accadendo a tutti i mezzi di trasporto in circolazione in ogni parte del mondo. I dispositivi più sofisticati non rispondono agli input e anche le comunicazioni sono interrotte. Al viaggiatore, ormai in panne, non resta che scendere dal veicolo e proseguire a piedi. Ben presto a lui se ne aggiungono altri e poi altri ancora… Incomincia così un lento pellegrinaggio di gente appiedata. Vi confluiscono persone anche dai porti e dagli aeroporti, a piedi lungo le strade e le autostrade tutti diretti verso la prossima stazione di servizio. Sembra vicina ma, ma come succede a chi fa il cammino di Santiago quando giunge al “Monte de gozo”, ultima tappa, per la stanchezza la meta sembra irraggiungibile.

La stazione di servizio verso la quale miliardi di pedoni sono diretti si chiama “fratellanza”. Una volta raggiunta potrebbe iniziare una nuova vita per l’umanità. Gesù di Nazaret si ripresenta in veste di pellegrino, in questo nuovo esodo dell’umanità. Come fece con i due discepoli che delusi tornavano a Emmaus dopo la Pasqua.

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista”. (Lc 24,28-31)

Egli indica una strada per ora poco percorsa. Noi l’abbiamo presa insieme a don Zeno di Nomadelfia. Altri l’avevano già imboccata prima di noi.

Siamo convinti che la fraternità apre un orizzonte migliore per l’umanità. Ed è possibile già in questo tempo, non tornando indietro né sporgendosi troppo in avanti, fuori dal tempo.

Noi di Nomadelfia ci stiamo provando già da quando Zeno, ancora giovane, decise di cambiare civiltà in se stesso. Un preannuncio di futuro capace di superare la paura del coronavirus.

Don Ferdinando di Nomadelfia

Con queste parole di don Ferdinando auguriamo che la Santa Pasqua  ci trovi incamminati verso un traguardo di fraternità dal quale nascerà la pace.