DICONO DI NOI

Nel corso della sua storia, Nomadelfia è entrata in contatto con migliaia di persone: figli nati o accolti, alcuni dei quali hanno poi lasciato la comunità, altri che invece hanno deciso di restare; giovani e famiglie venute da fuori, che hanno scoperto la vocazione in età adulta; ospiti permanenti e temporanei, visitatori di passaggio, spettatori delle serate, giornalisti, religiosi, membri di altre comunità e movimenti.

Riportiamo qui alcuni dei loro commenti circa questa esperienza.

Ragazzi di una classe terza superiore, ospiti di Nomadelfia per una settimana

Prima di arrivare a Nomadelfia ci siamo creati parecchi pregiudizi, soprattutto per quanto riguarda il non avere la proprietà privata e il condividere ogni cosa con le altre famiglie, in quanto viviamo in una società attaccata alle cose materiali e dove ognuno ha le proprie cose. Li giudicavamo come pazzi, perché per noi, “generosità” e “condivisione” sono principi che con il tempo sono passati in secondo piano e l’egoismo ha preso il sopravvento…

… Quando ognuna di noi è stata accolta nella loro casa, abbiamo notato che erano persone che trasmettevano positività ed armonia. Era un ambiente sereno, dove potevi stare in compagnia e staccarti per un po’ da tutto ciò che la società ci ha “imposto”, per esempio non abbiamo più usato i nostri cellulari per relazionarci con le persone.

A differenza dei nostri pregiudizi, abbiamo conosciuto una comunità pacifica e serena, con le proprie regole e principi, che noi rispettiamo e a volte guardiamo anche con un occhio di invidia.

Antonio, 55 anni, figlio che ha deciso di uscire

Avevo tre mesi quando, insieme a mia sorella, mi hanno portato a Nomadelfia. Mio padre era stato incarcerato e mia madre, rimasta sola, non riusciva a mantenere e crescere sette figli. Due alla volta, in poche settimane siamo stati portati tutti a Nomadelfia. Siamo stati affidati a famiglie diverse. Io e la mia gemella fummo affidati a Mamma Norina. Dopo due mesi dal nostro arrivo ci trasferimmo a La Verna insieme a lei (Per alcuni anni, un gruppo familiare di Nomadelfia è stato presente a La Verna, in provincia di Arezzo).

La nostra vita scorreva serenamente, all’asilo e poi alla scuola, dove andavamo insieme agli altri ragazzi di Nomadelfia e a quelli dei paesi vicini. Ci chiamavano i “donzenini”. Eravamo integrati nel paesino; tra noi non c’erano differenze, e la mamma era un punto di riferimento. Spesso condividevamo quello che avevamo con quelli del paese, poveri come noi, ma uniti in questa cellula sociale. La mamma ne era la promotrice e l’esempio.

Quando avevo sette anni fummo riportati nella nostra famiglia d’origine, dove rimanemmo per quattro anni. Non amo parlare di quel periodo della mia vita. Basti sapere che le sofferenze furono tante da indurmi a scappare di casa insieme a mia sorella, per tornare da mamma Norina. Da quel momento in poi il tribunale iniziò a interessarsi di noi e ci concesse in affidamento a Nomadelfia. A quattordici anni tornai stabilmente a Nomadelfia di Grosseto.

Non fu difficile adattarci alla comunità, grazie alle mamme e agli adulti che ci erano genitori. Alcuni erano più severi, alcuni più dolci, alcuni simpatici e altri no; alcuni sapevano stimolarci e coinvolgerci nelle attività. E poi c’era don Zeno: conosceva ognuno di noi e sapeva parlarci come parla un padre. Quando avevamo bisogno la sua camera era sempre aperta. Sapeva consolare, incoraggiare, riprendere, stimolare, amare; sapeva entusiasmarci ed i suoi slanci d’amore verso il prossimo ci contagiavano. A volte non capivamo le sue scelte, ma era nostro padre, ed avevamo fiducia in lui.

A ventuno anni decisi di uscire dalla comunità. Don Zeno era morto da due anni ed io ero postulante da uno. Avevo pensato di avere la vocazione, ma poi capii di non averla, anche attraverso colloqui intimi e sofferti con alcuni adulti della comunità. Sono andato a vivere a Milano, promettendo a me stesso che i valori imparati a Nomadelfia sarebbero comunque stati il fondamento della mia vita.

Spesso ho sbagliato e sono venuto meno alla promessa. Ma ho sempre voluto mantenere i contatti con Nomadelfia, in modo da poter dissetare quella sete di emozioni e stimoli che mi servono per vivere, e che solo a Nomadelfia riesco sempre a trovare. Sento sempre verso tutti loro l’affetto di un fratello, sapendo che quello che provo è condiviso e ricambiato.

Con il tempo sono riuscito a trovare un lavoro che mi permette di vivere ed esprimere i valori che ho imparato: mi occupo di accudire e curare le persone anziane in una casa di riposo. Ho anche fatto il soccorritore volontario ed il sindacalista, proprio per quel senso di giustizia che ho imparato a Nomadelfia.

Chiunque mi conosce sa che sono vissuto a Nomadelfia, e che la amo anche se non ho la vocazione per viverci.

Luisa, 60 anni, amica di Nomadelfia

Istituto San José Adoratrices, Santa Fé, Argentina, quarta elementare: lì è cominciata la mia vita da volontaria durante la campagna di Emmaus “la settimana del cucchiaio”.  Quella è stata una strada che ho continuato a percorrere con tanti bivi, ma senza sosta, anche dopo essermi trasferita in Spagna e poi in Italia. Come volontaria, ho fatto parte di gruppi di ricerca spirituale, di sostegno agli anziani, l’autista di ambulanza, la docente presso l’università della terza età; ho fondato insieme ad altri amici una fondazione di ascolto telefonico ed ho fatto parte di una rete di associazioni in tutta la Toscana che mi ha impegnato per oltre un decennio. Tutti impegni laici, che si possono vivere anche come buon cristiano.

Nel 1999 arriva dalla diocesi la proposta di collaborare con il Banco alimentare; lì incontro Michele, che guida un camioncino rosso con la scritta NOMADELFIA nella fiancata. Dalla mia curiosità nasce un dialogo che ad oggi non si è mai interrotto. Quel ragazzo, oggi padre di cinque figli, mi invita a visitare la sua Comunità; mi fornisce anche opuscoli e riviste che parlano della Comunità e di don Zeno. Tra Natale e l’Epifania del 2000 visito Nomadelfia per la prima volta e rimango ben impressionata del comportamento dei più piccoli in questa lunga tavolata del pranzo al quale partecipo come ospite di Michele.

Nel 2005, ad uno stand di Festambiente incontro un altro Nomadelfo, Carlo. Altro invito, altra visita e altro pranzo. Da lì comincio a frequentare la Messa della domenica e a turno sono tanti a invitarmi a trascorrere del tempo nel proprio gruppo familiare. Questo piccolo grande gesto fa la differenza tra Nomadelfia e tutto il mondo del volontariato fino ora conosciuto: in vent’anni e infiniti gruppi e associazioni conosciute, le persone che mi hanno aperto le porte di casa propria si contano sulle dita di una mano. L’accoglienza di Nomadelfia non ha avuto prezzo per me che sono da sola 52 domeniche all’anno.

Essendo toscana di adozione, conosco il detto: “Se vuoi che l’amicizia si mantiene, un paniere va e un paniere viene” e così comincio a dare a cambio della loro accoglienza quel che posso dare: lezioni di spagnolo, gite in barca a vela e cultura del mare, o prestando i miei servizi di fisioterapista. Ho anche partecipato agli esercizi spirituali in Nomadelfia, conoscendone la spiritualità.

Da allora sono passati oltre dieci anni, e mentre il resto del volontariato è solo un ricordo, in Nomadelfia sono sempre più di casa, cercando come posso di ricambiare la fraternità che loro sanno esprimere meglio di nessun altro.

Elisa, 28 anni, postulante

Ho conosciuto Nomadelfia nel 2010 per caso, venendo a visitarla un paio di giorni insieme ad un’amica. In un primo momento, pensai che fosse impossibile vivere così; in fondo, però, qualcosa mi aveva colpita, come un’intuizione, che non riuscivo a spiegarmi, che ci fosse qualcosa di più di quello che avevo visto. Per questo chiesi di fare la tesi specialistica sulla pedagogia di Nomadelfia e così ebbi l’occasione per conoscerla meglio. In seguito, iniziai a sfruttare ogni momento libero per venire a respirare “l’aria buona” e tornare a casa con un po’ di carica in più.

A maggio del 2014, dopo anni in cui il pensiero di Nomadelfia era stato in me sempre presente, chiesi di fare una prova di un anno, per verificare se non potesse essere la scelta giusta per la mia vita. Lasciai la mia casa, chiesi un’aspettativa sul lavoro, e alla fine di quest’anno di prova mi licenziai definitivamente per fare domanda di postulantato. Oggi sono postulante da un anno. I momenti di crisi o di dubbio sulla vocazione non mancano, ma con la certezza di camminare seguendo Cristo e di non essere mai sola in questo cammino.