Nei primi giorni di gennaio del 1962 don Zeno invia questo biglietto di invito:

Qui, Chiesa dell'Assunta in Nomadelfia, 
Vi attendo il 22 gennaio ore 11 alla mia "seconda Prima Messa".
Con affetto D. Zeno

Don Zeno tornava a celebrare Messa, dopo più di otto anni.

Infatti dopo essere stato allontanato da Nomadelfia il 5 febbraio 1952, aveva assistito da lontano allo smistamento organizzato dalla Prefettura dei figli accolti nei collegi di tutta Italia, fatto da lui definito “strage degli innocenti” perché questi ragazzi perdevano nuovamente una famiglia; aveva saputo che altri figli erano tornati alla delinquenza e aveva cercato di difenderli nei tribunali…

Di fronte a questa situazione di difficoltà, per non coinvolgere la Chiesa e per gli impegni che aveva assunto nei confronti dei figli e dei creditori, aveva richiesto ripetutamente di poter tornare con i Nomadelfi superstiti per condividere la responsabilità di tali situazioni. Il 30 novembre 1953 mons. Artemio Prati, vescovo di Carpi, comunicò a don Zeno che la Chiesa gli concedeva la laicizzazione: “Pro gratia”. È per un grave dovere di giustizia che don Zeno chiede di compiere quello che per lui fu un sacrificio talmente doloroso che per una quindicina di giorni si alzò solo per mangiare e poi tornava a dormire spossato. Lo scrive al card. Ottaviani:

Eminenza, “O bona Crux…”. Proprio questa mattina, festa di S. Andrea, ho avuto comunicazione della riduzione mia allo stato laicale, da me stesso insistentemente chiesta. L’ho accolta con profonda e sentita riconoscenza a Dio, al Santo Padre ed a Lei che me l’ha favorita con tanta bontà e viva comprensione, nonostante Vostra Eminenza ne fosse addolorata. Io sono come i muli; viaggio attento sugli orli dei precipizi per raggiungere mete che per altre vie non si conquistano. Ad ogni grave e pauroso pericolo perdo molti amici di viaggio, perché guardano, si arrestano, retrocedono. Ma poi ne ritrovo degli altri. E la Chiesa all’ora di Dio mi ha sempre aperto “il sentiero” come ha fatto anche in questa misteriosa occasione: “Pro Gratia”.

E che cosa vorrà ancora da me questo Cristo torturato e spasimante la divina sete di giustizia e di amore? […]

Il mio amato Vescovo, dopo avermi letto e consegnato l’invocato documento, mi ha chiesto: “Ed ora che cosa farà?”. Gli ho risposto che per il momento vado a pregare e a precorrere nell’anima le nuove responsabilità. Poi farò, piacendo a Dio. Là, in fondo, vedo delinearsi qualcosa che assomiglia ad un Calvario. Preghi per me, Eminenza, non dimenticando che la dedizione alla Chiesa mi è sempre costata e mi costa un prezzo pari alla vita. Forse ho troppo sofferto.

Dopo essere tornato con i Nomadelfi, don Zeno aveva già inviato nel 1957 una supplica a Pio XII per poter riprendere l’esercizio del sacerdozio ma l’anno successivo il Papa morì e quindi non se ne fece niente. Nell’ottobre 1960, attraverso mons. Cavagna confessore del Papa, don Zeno fa giungere una nuova richiesta a papa Giovanni XXIII, il quale incarica il S. Ufficio e poi la Congregazione del Concilio (oggi Congregazione per il Clero) di approfondire la situazione. Alle condizioni di un risanamento economico della comunità e di una nuova Costituzione, Nomadelfia viene eretta Parrocchia e in questo modo don Zeno può tornarvi come parroco.

Il permesso viene concesso a don Zeno il 5 gennaio e quindi il giorno seguente, anniversario della Prima Messa solenne in cattedrale a Carpi, don Zeno torna a celebrare con pochi intimi nella chiesa di S. Prassede a Roma.

Il 22 gennaio 1962 celebra per amici e figli giunti da tutta Italia all’aperto su un palco eretto per l’occasione. Don Zeno nell’omelia, tra l’altro dice: “Che cosa siete venuti a fare voi, cari, qui in questa Maremma? Certo non per vedere me, potevamo vederci in tanti posti; certo non per vedere niente di queste cose, la Maremma la conoscete. Siete venuti a vedere un miracolo di quelli che sa fare la Chiesa. Quanti hanno pensato che nell’anima nostra di Nomadelfi potesse serpeggiare qualche baleno di ribellismo alla Chiesa, hanno sbagliato tutti. Noi siamo nati nella Chiesa. Da dove potete credere o pensare che questi figli abbiano riavuto una mamma, la famiglia; che poi, crescendo, essi stessi si siano sposati e hanno rifatto famiglie e accolto i figli come figli?

[…] Se oggi si parla di una crisi del cristianesimo o della Chiesa, si sbaglia. La Chiesa è fresca. Vedete che ancora genera figli, e di questo tipo, di questi figli così molesti! Quando noi tormentavamo la Chiesa e io andavo spesso là perché rappresentavo i figli ed ero ricevuto dal S. Padre, in tutti gli ambienti… Uno penserebbe: l’avranno ben rimproverato qualche volta. Guardate, come è vero che sono sacerdote, è vero che non mi hanno mai rimproverato. Mi ascoltavano, e io facevo questa immagine in me stesso: proprio è una cosa nuova, una figlia nuova che la Chiesa genera in questi tempi così tormentati, una figlia che disturba tutti, il Papa, i Vescovi, i cardinali, tutti, dappertutto disturba, tormenta. La Chiesa non è che abbia sopportato Nomadelfia, faceva come le mamme. Quando c’è un figlio un po’ brioso, un po’ vivo, che ha una missione da compiere, tormenta la mamma e qualche scappellotto vola e così anche a noi qualche volta… Ma come ho scritto, e ve lo ripeto qua, quando il mondo credeva che la Chiesa non ci fosse madre, la Chiesa veniva a sollevarci in certe ore difficili e il Papa mandava degli assegni proprio di quelli buoni, capite, non post-datati com’erano i miei… E diceva: “Ai nomadelfi che sono in sofferenza nel Grossetano, nella Maremma. […]”.