Si legge negli Atti degli Apostoli che la comunità di coloro che erano diventati credenti “aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune”. Un’utopia – potremmo pensare – un eccesso addirittura in un mondo che vuole delineare bene i confini della proprietà personale, o meglio privata, per stabilire senza ombra di dubbio ciò che è “mio”.

Non è comunismo” – ha commentato papa Francesco domenica scorsa nella chiesa del Santo Spirito in Sassia a due passi da San Pietro – “è cristianesimo allo stato puro”. Cristianesimo che nasce però non da un’ideale o da una teoria, ma da una realtà sperimentata concretamente dai discepoli: la misericordia di Gesù. Fino a poco tempo prima avevano litigato su chi fosse il più grande tra loro, ma poi si rendono conto, i loro occhi riescono a intravedere un tratto che li accomuna tutti: il perdono ricevuto che ha trasformato la loro vita. Da quel momento la condivisione dei beni è sembrata una conseguenza naturale, non avrebbero potuto fare diversamente.

Ed è ciò che Nomadelfia vive ogni giorno, ciò per cui don Zeno suo fondatore ha versato lacrime amare e ha attirato su di sé forti accuse alle quali rispondeva dicendo: “non sono un comunista, sono solo un cristiano”.

Per questa sua visione profetica e radicale, Don Zeno ha pagato un prezzo alto, nel dover rinunciare, per alcuni anni, all’esercizio del sacerdozio e nelle incomprensioni dell’ambiente e degli uomini del suo tempo; un prezzo che oggi la Chiesa gli riconosce. E queste parole suonano alle nostre orecchie quasi come quelle di una mamma che con il suo abbraccio difende e ha cura di asciugare le lacrime dei suoi figli.