Ieri Antonio di Nomadelfia è partito per la vita eterna. Aveva 79 anni.

Con il suo stile di semplicità, di silenzio operoso, di attenzione alle piccole cose e di grande disponibilità di fronte alle molteplici necessità dei fratelli e della vita comunitaria ha terminato la sua vita terrena. Rimane la sua grande testimonianza di fede forte, di sopportazione silenziosa delle sofferenze, di grande speranza nell’uomo.

 

Alberto Mazzucca su Il Giorno, 8 agosto 2005, così parlava della sua esperienza:

Antonio e Rosella Fontana si conoscono nel 1969 a Milano: lui è del 1940, lei del 1947 e frequentano un corso, organizzato da un gruppo di laici sostenuti dai gesuiti, per preparare volontari destinati all’estero. Antonio fa il linotipista alla Same, la tipografia che stampa a Milano, nella centrale piazza Cavour, il quotidiano del pomeriggio La Notte dopo avere rifiutato di andare al Corriere in quanto non gli garba di lavorare sino alle ore piccole. Ad un certo punto, dopo essere stato boy scout da ragazzo, si lascia tentare dall’idea di andare all’estero a fare del bene. Ed eccolo al corso.

Rosella, figlia del portiere del Grand Hotel di Roma, è la seconda di tre sorelle, fa la segretaria d’azienda in una fabbrica di Pomezia ma il suo grande desiderio è di diventare medico. Un sogno che si infrange con la realtà, in casa non ci sono soldi. Ma quando sente prevalere in lei la voglia di dedicarsi agli altri, si trasferisce allora a Milano per frequentare un corso di volontari. Ed è lì che incontra quello che sarebbe poi diventato suo marito.

I due si sposano nell’ottobre 1970 ma nessuno dei due riesce ad andare all’estero come volontario: motivi di salute. Vanno allora ad abitare a Cinisello Balsamo in un bilocale situato in un condominio piuttosto grande, un casermone popolato da 74 famiglie. Lui continua a fare il linotipista a Milano, lei diventa infermiera dopo un corso al Policlinico. E dalla sera alla mattina si ritrova ad essere l’infermiera di tutte le 74 famiglie del condominio. In particolare si instaura un feeling di grande condivisione  tra una decina di famiglie, si arriva a mettere persino in comune il portafoglio. Ma l’esperienza termina quando si pone il problema dell’educazione dei figli. I coniugi Fontana, che hanno già tre bambini loro, sono dell’idea che i figli siano di Dio, gli altri invece sono di tutt’altro avviso. E coltivano progetti tutti loro. Poi un giorno vanno a Nomadelfia a trovare una coppia di amici. E lì scoprono, prima lei e poi lui, quello che avevano sempre cercato: vivere secondo il Vangelo.

Si trasferiranno definitivamente a Nomadelfia nel settembre 1980 e quando don Zeno incontrerà per strada Rosella, le dirà: «Ehi, ragazzina, non sei stufa di stare insieme a noi contadini?». Antonio farà di tutto, dall’imbianchino al falegname e all’elettricista, Rosella sarà di fatto l’infermiera della comunità.

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