Più la pianta è robusta, più le radici devono scendere in profondità. Solo così si alimenta lo spirito. Un albero senza radici è come una casa senza fondamenta.

Era un sabato di aprile. Facendo le pulizie nel gruppo familiare mi sono imbattuta in una strana figura costruita con i mattoncini lego, posata su un mobile nella sala in cui i bambini sono soliti giocare. Sotto si intravedevano alcuni fogli un po’ stropicciati. Senza nemmeno posare la scopa ho iniziato a sfogliare frettolosamente i vari scarabocchi con l’intenzione di gettarli nel caminetto.

Tra linee sconnesse, cerchi colorati e scritte indecifrabili, un disegno mi ha scosso profondamente.

Pochi tratti e quattro colori in tutto. La linea marrone del terreno, un tronco solido e diritto, in cima una piccola chioma verdeggiante abitata da molti frutti rossi. Nel cielo delle rondini arancioni e… sotto il suolo, in trasparenza, come viste attraverso un vetro, le radici della pianta. Ho lasciato la scopa e mi sono messa alla ricerca dell’autore. “Perché hai disegnato le radici?” – gli ho chiesto – “Tutte le piante hanno le radici” – mi ha risposto. E io ancora, cercando di scoprire chi gli avesse suggerito una tale accortezza: “È vero, ma io non riesco a vederle, sono nascoste sotto la terra” – “Infatti. Non le vedi, però ci sono”. Davide ha 5 anni. Mi ha regalato la sua opera d’arte, che ho riposto con cura sulla scrivania e ogni giorno mi ricorda di guardare la realtà con occhi nuovi.

È una vita semplice quella di Nomadelfia, ma non per questo facile né banale. È semplice perché non è straordinaria. Ci sono bambini, giovani, genitori e nonni, anche i sacerdoti, ciascuno impegnato secondo il proprio stato, eppure tutti in cammino verso la stessa meta: “Come io ho

amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Siamo come quel grande tronco, unico ma dalle mille sfumature, composto al suo interno da miliardi di particelle in movimento. Nomadelfia – diceva don Zeno – deve essere come quella quercia dalla grande chioma, sempre pronta ad offrire un po’ di ristoro a chi ne ha bisogno. Eppure, non è una vita facile, perché richiede ogni giorno l’umiltà di riconoscersi non ancora arrivati e la costanza di rimettersi sempre in cammino insieme agli altri, mai da soli.

Questo piccolo popolo, proprio con i suoi difetti e le sue incoerenze, vuole dare testimonianza della propria vita. Don Zeno ripeteva spesso: “Non fate la predica. Dite quello che fate. Offrite al mondo un motivo di credibilità”. Si tratta dunque di raccontare la nostra vita, anche nelle sue e quindi nostre piccolezze, per rendere testimonianza al Vangelo, per lanciare a tutti, cristiani o meno, l’appello a vivere la legge di fraternità, che molto ha ancora da dire anche

nella nostra società contemporanea. Nomadelfia si presenta a proporre questo: l’invito a “moltiplicare l’amore in noi stessi, in ciascuno, l’unica forza che può salvare tutto il mondo”. Si tratta di un amore che non si può imporre, ciascuno deve sceglierlo in se stesso, e non nasce dalle

chiacchiere. Per questo Nomadelfia, seppure in viaggio per offrire la testimonianza di una nuova forma di vita sociale, “durante il suo lungo e provato periodo di formazione, non trascura il fratello in sofferenza, bensì si fa sofferente essa pure e, ogni volta che si imbatte in un uomo vittima di qualsiasi sventura, scende da cavallo, agisce secondo il cuore di Dio”. Attraverso la danza nel periodo estivo e in ogni momento attraverso la sua vita, Nomadelfia vuole portare “l’aria buona della primavera che invita a rinnovare il mondo, a fare rifiorire una vita nuova, che può essere di tutti coloro che lo vogliono e non di coloro che vorrebbero”.

“Cari amici, pensate che una piccola ghianda crea una grande, enorme pianta, potente. E allora piantiamo nei nostri cuori questo fatto: crediamo in questi semi e voltiamo la faccia a questa civiltà che ci ha portati alla deriva e riprendiamo daccapo, bisogna riprendere daccapo, credere a queste cose. Nomadelfia ha creduto e dice: credete anche voi. Andate a casa questa sera e dite tra voi: bisogna cambiare rotta”. È sempre don Zeno che parla durante una Serata. “Cosa vuol dire cambiare civiltà in se stessi? Cambiare tutto! E ciascuno lo può fare. Diventiamo uomini, diventiamo gente che sa combattere, che sa risolvere i problemi. Proviamo a unirci tutti, che siamo tanti milioni; tutti, cattolici e non cattolici, la pancia l’abbiamo tutti per mangiare! Tutti fratelli. Solo noi possiamo salvare il mondo. Noi, popolo! Pensiamo che siamo fratelli e la fraternità salva tutto. E qui siamo già un blocco grosso. Se cominciamo, cari amici, il mondo cambia”. È un messaggio che vorremmo potesse arrivare a tutti, per il quale ci facciamo reti trasmittenti e del quale non deteniamo il copyright. Si tratta di un desiderio che alberga nel cuore di ogni essere umano: “la possibilità o la speranza che pian piano gli uomini arrivino ad amarsi”. Eppure ciò che davvero ha importanza non è il messaggio, tanto meno colui che lo porta. Il fondamento sta nella comunione, non nella comunicazione, seppure importante e quasi indispensabile nella nostra società iperconnessa. Si comunica qualcosa (ecco il messaggio), ma la comunione è con qualcuno. E Cristo non è un marchio a cui vogliamo fare pubblicità, anche perché – diciamocelo – non ne ha grande bisogno. È una persona che ci viene incontro, con tutto l’inaspettato e l’incontrollabile di qualsiasi incontro. Cristo è in ogni uomo. Per questo prima di tutto ci impegniamo a costruire concretamente una società diversa, a realizzarla in noi stessi e, non per ultimo, a lasciarci trasformare dall’incontro personale con quel Qualcuno che ci ha chiamati. La gioia del Vangelo che portiamo è quindi la gioia di una fraternità ricevuta, continuamente da scoprire, da vivere e da rivelare a quelli che non la riconoscono ancora. Perché, ricordiamo sempre, tutto parte da quelle radici, che non tutti sono capaci di vedere.