Ricordiamo con gratitudine la figura di Padre Gabriele Paccanaro, il Servo di Maria partito per la vita eterna nei giorni scorsi, la cui storia si è intrecciata con quella di Nomadelfia.

“Padre Gabriele era un uomo minuto, gracile, silenzioso, schivo, ma aveva un cuore pieno di sogni e di speranze – lo ha ricordato con queste parole fra Lino Pacchin durante le esequie. Visse tutta la sua vita a realizzare il Vangelo alla lettera, in maniera coerente e radicale. Si fece frate Servo di Maria a Monte Berico, ma non si accontentò di vivere nei conventi osservando le regole comunitarie. Guardò invece al Vangelo e a questo ispirò anche la sua vita conventuale”. A 21 anni da Innsbruck scriveva:

“Non mi illudo. So di lasciare la via spaziosa e larga per scegliere la via stretta, ma appunto perché lo so non posso non farlo. La mia graziosa, pulita e nuovissima cella non raccoglie nulla, non eleva, ma mi soffoca l’anima e la vita, perché sono in peccato contro i fratelli, che dovrei salvare prima ancora di pensare alla mia salvezza. Le regole sono diventate vincoli di morte che soffocano ogni sensibilità e mi riducono ad un automa. La preghiera è diventata una bestemmia perché non siamo andati prima a riconciliarci col fratello, contro il quale  tutta la nostra vita è in stato di peccato. Tutto il nostro agitarci si è ridotto a un salvarci, mentre Cristo ci dice di perderci… Tutta questa vita tende a spegnere i germi umani più elementari e vitali; io non posso continuare una vita che è contro me stesso”.

Per questo nell’autunno del 1950 si unì a Nomadelfia insieme ad altri 6 Servi di Maria, scelta ben presto condannata dalla Chiesa. Padre Gabriele fu tra quelli che dolorosamente scelsero di rientrare nell’ordine dei Servi, ma non dimenticò Nomadelfia e da questa si lasciò ispirare.

Nel 1992, quando i tempi furono maturi, egli fondò in Cile un’altra Nomadelfia: Koinomadelfia (la comunità come legge della fraternità), dove accolse bambine e bambini abbandonati, scartati, per offrire loro affetto, cibo e calore umano. Koinomadelfia continua ancora, anche dopo che lui fu costretto per ragioni di salute a lasciare il Cile e tornare in Italia, perché bisognoso di cure continue. A Koinomadelfia hanno fatto la sua epigrafe con la frase del salmo: “Anche se mio padre e mia madre mi abbandonano, Dio mi accoglie sempre”. Padre Gabriele ha voluto essere il volto di Dio per questi bambini, che non hanno potuto vedere il volto del loro padre né della loro madre.

Nomadelfia si unisce alla riconoscenza di molti per la sua vita spesa al servizio dei più piccoli. La sua testimonianza fedele e appassionata secondo il Vangelo, continui ad ispirare anche la nostra vita.