Che cosa siete venuti a fare voi, cari, qui in questa Maremma? Certo non per vedere me, potevamo vederci in tanti posti; certo non per vedere niente di queste cose, la Maremma la conoscete. Siete venuti a vedere un miracolo di quelli che sa fare la Chiesa.

Quanti hanno pensato che nell’anima nostra di Nomadelfi potesse serpeggiare qualche baleno di ribellismo alla Chiesa, hanno sbagliato tutti. Noi siamo nati nella Chiesa.

E voi siete venuti da lontano a cercare questa fraternità che noi stessi cerchiamo. Farci fratelli, ma non di una fraternità istintiva: fratelli in Cristo, nella pace di Cristo, nella giustizia di Cristo. E qui in questa Maremma il Signore ha piantato questo germoglio tenero di fraternità”.

È don Zeno che parla in una bella mattina d’inverno. È il 22 gennaio 1962. Dopo nove lunghi anni di laicizzazione rindossa la veste talare e celebra solennemente la sua “Seconda prima messa” in Nomadelfia. Una festa vissuta nella semplicità della sua grande famiglia, attorniato da figli, amici e collaboratori riunitisi per l’occasione. Una festa vissuta nella pienezza della riconoscenza a Dio, alla presenza del Vescovo di Grosseto mons. Paolo Galeazzi, che lo saluta con affetto: “Benvenuto, caro Don Zeno, in questa nostra Maremma, che ha il cuore grande come le sue terre e tutto abbraccia ciò che a lei si volge, davvero benvenuto!”.

Come mai tanta commozione in questa occasione? Ci tiene a ricordarlo il Vescovo: “Lo so, qui vorrei omettere, ma l’accenno appena, una parentesi: don Zeno saprebbe ridire a noi nella sua umiltà e nella realtà storica, quanto ha sofferto, quanto ha pianto per i suoi giovani. Perché il denaro veniva meno, i mezzi non tornavano più, la miseria aumentava: c’era fame, freddo; ma oggi qui è un’oasi. Signore, ti ringrazio che hai fatto splendere questo bel sole per meglio illuminare i fasti della carità cristiana”.

La scelta della data non è casuale. Lo stesso giorno del 1933 infatti, don Zeno allora cappellano a S. Giacomo Roncole (MO), il vescovo di Carpi mons. Giovanni Pranzini approva le varie iniziative da lui promosse a favore del popolo. “Hic digitus Dei” (qui c’è il dito di Dio), afferma in quell’occasione.

Don Zeno racconta di quel giorno: “Era già tardi, verso le dieci; siamo usciti dal teatro per di dietro, dal palcoscenico, e andando alla macchina dice (mons. Pranzini): “Ah! don Zeno, guarda che è una cosa grande questa… Forse tu sei giovane, ma io ho avuto tante esperienze, sono stato parroco, poi vicario generale (della Diocesi di Bologna), ho fatto delle lotte, ho incontrato difficoltà tremende per avvicinare il popolo; qui c’è tutto, il popolo, ed è libero, si sente libero, si sente rispettato; tu non fai pressioni in nessun campo e però vivono. È una cosa enorme, don Zeno, questa”. Poi monta in macchina e il cameriere guidava.

Anche oggi Nomadelfia festeggia in questa ricorrenza l’anniversario della sua fondazione, un piccolo popolo nato dal dito Dio.